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Una preghiera per Palermo: libertà!

Una preghiera per Palermo: libertà!

La folla accaldata, gambe che si incrociano, sguardi che non hanno il tempo di fermarsi, direzione Foro Italico di Palermo, a pochi passi dalla Cala, cunetta di barchette attraccate che ciondolano. Da un lato il prato, dall’altro il mare. Panormus, tutta porto, attracco certo, accoglienza naturale. L’odore di un’estate stranamente mite si mescola a quello dei fiati delle persone. Quante sono? Un numero indefinito. Palermo è la seconda città più popolosa del Sud Italia. Palermo araba e normanna, culla e cuore del mondo, quel mondo mescolato è tutto giù per le strade, si muove come una grossa onda lungo il Cassaro verso il mare. Popolo miscelato, corpo di un Gulliver gigantesco con un piede su una barca per salpare verso il mare aperto e un altro ben saldo alla terra. Terra che incatena e trattiene. Il “nec tecum nec sine te vivere possum” di Borgese scolpito alla nascita nel dna dei siciliani.

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È il giorno della Festa. Il Giorno della Santuzza. Rosalia, fanciulla dal capo coronato di rose dalle cui labbra pendono le preci e i desideri più intimi dei cuori delle madri di Palermo. A loro è affidato quest’anno di trasportare il Carro della Santa nella notte del Festino. Madri che sono donne, donne che sono madri anche se non hanno mai portato in grembo un essere umano, perché ogni donna rappresenta la vita. Per la prima volta, accade che siano loro a trasportare il vascello che vira dritto verso la meta, il 390* Festino viene affidato alle Palermitane, alcune come statue impassibili sono il sostegno di altre che ad esse si appoggiano. La Santuzza guarda tutti, sul trono alto attira gli sguardi anche dei più piccoli. Tutti con il volto in sù mentre il cielo si è scurito.

 

Le vetrine allestite, le bambine con le rose tra i capelli mangiano zucchero filato.  Dalla cattedrale, il grosso carro allegorico scolpito di rose con il simulacro della Santa, comincia lento a scendere verso i Quattro canti, crocevia del centro storico di questa città ferita e affamata, con i mercati incastonati come gemme colorate tra i palazzi fatiscenti. Ogni tanto tra quelle mura, affiancate al Cassaro, (al qsar dall’arabo, la fortezza) una pietra crolla, un muro cede, una porta viene riaperta, una mostra viene allestita. Giri l’angolo e trovi una porta aperta che il giorno prima era chiusa, sembra che stia per crollare e poi dentro giovani artisti creano e espongono, vita tra le macerie, forza tra l’abbandono e l’apatia.
E allora la città ti disorienta, controversa e bipolare. Di giorno cane ferito, affamato e vagabondo, indossa l’abito delle città arrese, morenti. Palermo. Negozi storici che hanno chiuso i battenti, cumuli di spazzatura sempre uguale, autisti sull’orlo di una crisi di nervi perenne, doppie file, posteggiatori abusivi, servizi pubblici che arrancano.  E poi di notte cambia aspetto e si trasforma, il vestito della festa, delle luci dei locali della marina e del centro, o del mare.
I ragazzi, gli studenti Erasmus, gli stranieri, i turisti, gli immigrati si mescolano e fanno “vuccirìa”, quella tipica delle strade palermitane, quelle della vita, quella che Guttuso ha ritratto nel quartiere stesso dove qualche mese fa una palazzina è caduta giù come un castello di carte spinte dal vento. Si agguantano pane e panelle, pane con la milza. Lo sfincione,i babbaluci e il mellone riempiono l’aria di cibo e vita. Allora è festa. È un gioco, uno scherzo, un contrasto di dolore e di sogno questa città.

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Un angelo su una luna sparge polvere di stelle quando la Santuzza arriva ai Quattro Canti, ma solo dopo che l’eterno e inossidabile Sindaco Orlando con una bambina per mano, sale sul carro e  urla la frase storica “Viva Palermo e Viva Santa Rosalia”. Nessun fischio per l’arrivo del sindaco, sono lontani i tempi in cui Cammarata era stato aspramente criticato durante il festino, è lontano anche il tempo degli applausi per il sindaco “eterno” della città. Palermo è diventata impassibile. Nessuna emozione sembra travolgerla, se non quando si rivolge alla Santa e applaude vedendo i coriandoli che esplodono dietro di essa mentre i fili volteggiano nell’aria e rimangono incastrati ai balconi come code di stelle cadenti morte. È quasi notte. Oltre, dopo i fuochi sul mare, si ritorna sulla terraferma. Rosalia rimane un richiamo potente per una città indifferente. Da una parte teschio dall’altra corona di rosa. Rosalia, Santuzza, liberaci dalla peste di questi anni. Quella peste inarrestabile, epidemia violenta che flagella ogni casa della città, dalla periferia al centro. La Santuzza lo sa. Ormai nessuno chiede più o aspetta che arrivi. Lavoro, futuro, motore che riparte, un bocciolo che sorga dalla crozza, dal teschio, dalla morte.

Nessuno sembra crederci sul serio ma nessuno si arrende alla preghiera.

E allora si continua a camminare e a sgomitare, qualcuno si stanca e si ferma su un gradino, su un muro. Quanti passi verso il mare, quale strada scegliere per arrivare prima. Ad un tratto una curva a destra dei vicoli intrecciati e un occhio a sinistra su un portone antico. Piazza Magione. Lì è nato Paolo Borsellino. Un’insegna gialla con delle grandi lettere come una segnaletica stradale illumina la strada verso la Kalsa. Si potrebbe arrivare da lì a cinque minuti per non fare tardi. Oltre la mezzanotte cominciano i fuochi, eppure ci si ferma a contemplare quella porta. Lì dove nacque Paolo che tanti anni fa se ne andò con il botto, non erano mica i botti dei fuochi della festa eppure lui era nato lì, tra i vicoli del centro storico di Palermo, nel cuore ferito della città, che quando lui se n’è andato si è sollevata e ha urlato. E ora si ferma un attimo, riparte verso la Kalsa, va a vedere i “buotti”, i fuochi, le luci che dal cielo cadono verso la terra. Palermo divisa, pochi sulle barche a godersi lo spettacolo, un piede nel mare aperto, molti sulla terra ferma, incatenati.

Caro Paolo, tu che dal cielo hai un posto privilegiato dove poter vedere i fuochi, magari,  incrociando Santa Rosalia diglielo. Diglielo tu che liberi Palermo. Digli che liberi un’altra volta questa città così bella e così amara come ha fatto con la peste, e come hai fatto tu con il male. Grazie Paolo.

Scritto da Marianna Lo Pizzo

Marianna Lo Pizzo

nata in Sicilia nel 1982, vivo a Palermo dove lavoro. Scrivo su un mio blog. Ho collaborato con Qdrmagazine, Ateniesi, Donne Europa e Madoniepress. Iscritta al Partito Democratico dalla sua nascita. Militante. Patriota.