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Una nuova classe politica

Una nuova classe politica

Pragmatici, idealisti, innovatori, ambiziosi, altruisti, egoisti, arrabbiati, sognatori, carismatici, appassionati… Chi fa politica è accomunato probabilmente da alcune di queste caratteristiche. Perché lo facciamo, infatti, se non per risolvere problemi, seguire un ideale, realizzare qualcosa di diverso, cambiare il mondo? Perché lo facciamo, se non perché vogliamo fare qualcosa di buono per le persone intorno a noi e per noi stessi, per lottare contro qualche ingiustizia, perché desideriamo un mondo diverso, perché intendiamo dare voce a un bisogno collettivo? Perché dedicheremmo una piccola o grande parte del nostro tempo agli “affari della città”, se la politica non ci appassionasse nel profondo del nostro animo?

La politica, tuttavia, non è solo una passione. La motivazione o le migliori intenzioni non bastano. La politica è conoscenza (per quanto fallibile) della realtà, analisi dei problemi ed elaborazione di soluzioni possibili nelle condizioni date. La politica è costruzione del consenso, capacità di decidere e di agire (contribuendo a quella che David Easton definiva l’allocazione autoritativa dei valori, cioè i processi di governo stessi). La politica è capacità di comunicare, creare relazioni e canali di ascolto. La politica è tracciare una visione del futuro in base a dei valori di fondo.

Solo chi è in grado di unire ad una profonda passione queste diverse competenze e capacità può ambire ad essere parte di una classe dirigente degna di questo nome. Solo chi mette insieme motivazione, tecnica e visione può ambire a fare davvero la differenza.

Ma, come probabilmente tanti anni di storia politica italiana dimostrano, non è facile per un paese avere una classe dirigente di questo tipo. Essere parlamentari, ministri o amministratori locali non significa necessariamente essere in grado di farlo al meglio (ricordate l’accenno di Machiavelli, nell’introduzione ai Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio, alla differenza tra chi è principe e chi principe merita di esserlo? Da questa piccola differenza – è bene rammentarlo – possono derivare la decadenza e la rovina di stati e città, o viceversa il loro successo e la loro prosperità).

Come si fa allora, per il beneficio di tutti e possibilmente nel rispetto del principio della circolazione delle élites di paretiana memoria, a favorire una classe dirigente meritevole? La risposta è semplice: creandola!

Se una grande responsabilità in generale ricade sul sistema educativo e culturale di un paese, per quanto attiene specificamente la classe politica il principale soggetto che può e deve prendersi carico di questo importantissimo compito non possono che essere i partiti. Il mio partito (ideale) dovrebbe formare i suoi dirigenti insegnando loro che si fa politica per cambiare concretamente le cose, e non per fare testimonianza. Il mio partito dovrebbe preparare i suoi dirigenti agli incarichi istituzionali, per esempio favorendo periodi di affiancamento agli eletti in carica, con tirocini qualificanti (che soprattutto i giovani potrebbero sfruttare per arricchire il loro curriculum, anche al di là della politica) e mentorship che valorizzino davvero le competenze dei “vecchi” trasferendole ai “nuovi”. Il mio partito dovrebbe formare i suoi dirigenti rendendoli degli abili retori (attraverso un forte investimento sul public speaking, fonte di ansia e di problemi ancora per molti di noi) in grado di scaldare i cuori e convincere le menti. Il mio partito dovrebbe far crescere i suoi dirigenti dando loro la consapevolezza delle dinamiche globali (senza approcci ideologici, attraverso l’approfondimento della complessità) e la capacità di adattare quella prospettiva al contesto locale (il famoso approccio glocal). Il mio partito dovrebbe selezionare i suoi dirigenti valorizzando le risorse (umane) innumerevoli che già esistono, e favorendo una competizione aperta, meritocratica, intelligente e trasparente anche quando – tanto  per dirne una – bisogna presentare delle liste di candidati a un qualche incarico di partito o istituzionale (anche perché se uno dei valori di fondo che vogliamo promuovere è l’eguaglianza delle opportunità, sarebbe assurdo non applicare quello stesso principio al nostro interno). Il mio partito dovrebbe formare dei dirigenti in grado di conquistare i consensi, organizzare sempre nuove forme di partecipazione, e soprattutto che concepiscano il “potere” non come un fine in sé, ma come uno strumento  per cambiare le cose.

Il nostro partito, insomma, dovrebbe e dovrà instillare in modo intelligente e innovativo una cultura di governo, pragmatica, riformista (nel senso di gradualista e non ideologica), basata sulle competenze ma carica di ambizione e di idealismo, perché proprio queste sono le passioni che ci spingono a fare politica, come si diceva all’inizio.

Una formazione politica di questo tipo costituirebbe un valore aggiunto non solo per il partito che la mettesse in atto, ma per l’intera repubblica. Anche su questo, non c’è tempo da perdere.

Scritto da Alberto Bitonti

Alberto Bitonti

Alberto Bitonti. PhD in Scienze politiche, Adjunct Professor di Political Theory ad IES Abroad Rome, Fellow della School of Public Affairs all’American University di Washington DC e alla LUISS di Roma, segretario del circolo PD di Trastevere. Ha pubblicato Classe dirigente. Il profilo del potere in Italia (Datanews 2012). Le sue più grandi passioni sono le sperimentazioni, la musica e sua moglie (non necessariamente in quest’ordine).