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Un discorso veritiero per uscire dalla crisi

Un discorso veritiero per uscire dalla crisi

Devo confessarlo, per una parte della mia vita politica sono stato attratto da un discorso elitista. Ho pensato che il cambiamento in Italia potesse nascere in quegli strati di popolazione che, per lavoro ed esperienze di vita, sono più innovativi. I più innovativi hanno idee d’avanguardia, sono più coraggiosi e concreti, si scontrano più probabilmente con lacci e lacciuoli; visione ingenua? Può darsi.

Ho militato in diverse organizzazioni d’élite e conosciuto molte persone che la pensavano come me. Odoravo il mondo delle start up, dei social innovator, delle nicchie. Poi, valutando il poco impatto delle nostre iniziative, ho cominciato ad avere qualche dubbio: ci mancavano i numeri e le forze per generarli. Poi… ti accorgi che, da vicino, nessuno è eccezionale.

Ho cambiato idea e riconosciuto che il cambiamento deve essere popolare. E devo dare merito a Matteo Renzi di averlo capito con largo anticipo, e di saper comunicare molto con il popolo che, al momento, lo sostiene con fiducia.

Lo sostiene nonostante il paese continui ad andare piuttosto male, sia praticamente incapace di ripartire. Le ragioni di questa impasse sono numerose, già analizzate su decine di quotidiani e centinaia di blog. Vorrei aggiungerne una: l’incomprensione.

L’italiano ha perso fiducia nel suo paese perché lo vede fermo e comincia a non capire più perché. O, meglio, ci sono centinaia di cause di sottosviluppo, il problema è che pesano in modo diverso: manca una gerarchia, e nessuno pare in grado di darla.

Ogni politico costruisce la propria: colpa dei sindacati, degli imprenditori che vendono agli stranieri e delocalizzano, dei giovani che non hanno voglia di lavorare, dei vecchi che hanno consumato più del dovuto, della concorrenza della Cina, degli immigrati che ci rubano il welfare ecc.

A livello di opinione pubblica, ognuno grida il suo punto di vista, funzionale al proprio gruppo di potere: difficile orientarsi – lo è anche per gli osservatori economici stranieri. Siamo in “crisi” dal 2008, i politici dal 2010 hanno cominciato a dire che ne saremmo usciti. Italia 2014? PIL -0,4%, disoccupazione al 12,6%, sostanziale deflazione.

Dobbiamo concludere che non c’è una spiegazione, per quanto articolata e complessa, alla crisi dell’Italia? Se così fosse, saremmo spacciati. Perché senza un’analisi condivisa è impossibile dare una risposta alla crisi e predisporre delle politiche di sviluppo: non è solo una questione di mancanza di capitali o di peso preponderante degli interessi sul debito pubblico. I soldi si possono trovare con un progetto serio e autorevole, anche attirando nuovi investitori stranieri.

Eppure sono convinto che una spiegazione del ritardo italiano ci sia, o sia comunque ricostruibile con un onesto lavoro basato sui dati e le comparazioni con gli altri paesi. Il problema politico che si presenta è duplice: occorre costruire la spiegazione e comunicarla. Eccomi finalmente al titolo. Sono dell’idea che se Matteo Renzi vuole continuare a governare questo paese deve fare al popolo un discorso veritiero. Non può limitarsi a comunicare le riforme che vuole fare: corre il rischio di aumentare la confusione dell’italiano medio con dettagli tecnici che rapiscono l’attenzione su Facebook, ma non fanno avanzare di molto l’Italia. Di volta in volta nascono esperti di articolo 18, titolo quinto, legge elettorale che inondano l’infosfera.

Dovrebbe piuttosto costruire una propria narrazione coerente sui problemi del nostro paese e, prima di consegnarcela, dovrebbe darci gli strumenti per comprenderla: non basta dire la verità, occorre far sì che venga capita, e non è mai scontato. Il vero sforzo per un paese di analfabeti funzionali è dare delle coordinate per orientarsi.

Per questo mi auguro che i valenti economisti che ha chiamato come consulenti si misurino anche su questo terreno. Sarebbe bello avere un rapporto di venti/trenta pagine in italiano semplificato per inquadrare il declino di uno Stato incapace di garantire servizi di qualità, rapace nei confronti dei lavoratori e permissivo con i parassiti. Servono dati significativi e infografiche, più un paio di nozioni teoriche (tipo la “malattia dei costi” di Baumol o la logica dell’azione collettiva di Olson).

Un’analisi delle cause consente all’elettore di capire le soluzioni proposte dal Governo e sopportarle, di conseguenza. Altrimenti, chiedere di stringere ancora la cinghia e pagare le tasse a chi lo fa da anni potrebbe, prima o poi, scontrarsi con delle ribellioni (anticipate da minacce di scioperi fiscali). Finora, le tensioni sociali sono state tenute sotto controllo: i giovani non hanno più voglia di ribellarsi (al più se ne vanno), le partite IVA non hanno il tempo, gli imprenditori scappano (si veda una certa Fiat). I dipendenti pubblici, a stipendi bloccati, si sentono ancora privilegiati ad avere un lavoro. Ma quando toccherà fare una maxi patrimoniale, o chiedere l’intervento del FMI, con annesso prelievo forzoso, probabilmente la pazienza sarà esaurita – e con lei le nostre speranze.

Scritto da Cesare Locchi

Cesare Locchi

Scrive sotto pseudonimo per dare un tono pirandelliano al patriottismo. Competente e appassionato lavora in una struttura statale o parastatale.