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Senza una politica di interesse nazionale non c’è l’Europa

Senza una politica di interesse nazionale non c’è l’Europa

Tutto il dibattito sulla crisi (economica, politica, culturale, di senso) dell’Unione europea e in particolare dell’unione monetaria è viziato, da un fraintendimento di fondo: ossia che una politica “patriottica” di difesa degli interessi nazionali e il processo di integrazione europea siano l’uno in contraddizione con l’altro. Alteruter: a voi la scelta.

Questo fraintendimento ha generato una falsa e pericolosa dicotomia, che vede contrapposti quelli che potremmo definire due “opposti estremismi”. Da un lato abbiamo “i federalisti senza se e senza ma”, che mettono al primo posto un approfondimento del processo di centralizzazione del potere a livello europeo – costi quel che costi in termini economici, politici e sociali –, e considerano l’istituzione dello stato nazione (e il modello di democrazia rappresentativa da esso incarnato) una fastidiosa reliquia del passato. La soluzione proposta dai suddetti – tra le cui file abbiamo l’élite tecnocratica di Bruxelles (Commissione europea e Bce), ovviamente, ma anche buona parte dell’establishment politico europeo (sia di centro-destra che di centro-sinistra) –, soluzione che è stata attivamente e assiduamente perseguita dall’Ue in seguito alla crisi finanziaria, consiste in un trasferimento di sovranità senza precedenti dal livello nazionale a quello sovranazionale in termini di supervisione bancaria ma soprattutto di politiche fiscali e di bilancio. A questo trasferimento di sovranità, però, non viene fatto corrispondere un equivalente trasferimento di rappresentatività e partecipazione democratica.

Questo si palesa in un sostanziale indebolimento della democrazia di tutti i cittadini europei, che determinerà inevitabilmente – anzi, sta già determinando – una  governance autocratica gestita dall’alto e asservita agli interessi di breve periodo delle potenze dominanti del continente. Come scrive il grande filosofo tedesco Jürgen Habermas, “questa specie di federalismo esecutivo di un Consiglio europeo autoinvestitosi di autorità sarebbe il modello di un esercizio postdemocratico del potere”.

All’estremo opposto, invece, abbiamo i “sovranisti”, che proprio in virtù della presunta incompatibilità tra salvaguardia degli interessi nazionali e integrazione europea, auspicano – a ragione, se accettiamo questa logica – la disgregazione dell’unione monetaria e/o dell’Ue e un ritorno alle monete nazionali, condizione sine qua non per un ritorno alla prosperità. Queste due visioni – quella “tecnocratico-federalista” e quella “sovranista” – sono solo apparentemente alternative l’una all’altra; in realtà sono entrambe perfettamente inserite all’interno della narrazione dominante, secondo cui non c’è alternativa alle attuali politiche di austerità e all’egemonia tedesca all’interno della cornice dell’Ue e dell’unione monetaria. L’unica soluzione, appunto, è uscire: prospettiva talmente remota, se anche fosse auspicabile, che di fatto finisce per avallare la soluzione tecnocratico-federalista come unica soluzione possibile.

Non è sempre stato così. I politici che l’unione monetaria l’hanno costruita avevano ben chiaro che il perseguimento di una sana e “patriottica” politica di interesse nazionale da parte dei singoli stati membri – inquadrata all’interno di una pratica politico-dialettica europea, consapevole del fatto che gli stati europei hanno interessi sia convergenti che divergenti – non solo non era in contraddizione col processo di unificazione ma anzi ne era una condizione necessaria. Pena l’asservimento del processo di integrazione alla logica egemonica del passato (come poi si è effettivamente verificato). La differenza rispetto ad oggi è che al tempo avevamo politici politicamente ed intellettualmente capaci di agire nell’interesse del paese, e di affrontare a testa alta i partner d’oltralpe.

Uno di questi era Guido Carli, che al tempo della firma del Trattato del Maastricht era ministro del Tesoro (in precedenza, tra il 1960 e il 1975, era stato governatore della Banca d’Italia). È grazia all’acutezza e alla sicurezza quasi arrogante di Carli se l’albero del Trattato non è nato ancora più storto di quanto sia avvenuto, a dimostrazione del fatto che “patriottismo” ed europeismo sono tutt’altro che incompatibili. Durante i negoziati di Maastricht, fu lui – “per non tornare in una condizione di servaggio verso nuovi e vecchi centri di potere europei ed extraeuropei”, disse – a sbarrare il passo alla proposta olandese-tedesca di stabilire vincoli di bilancio, spesa e pubblica così rigidi che avrebbero lasciato fuori l’Italia e altri paesi, sabotando i principi democratici di Maastricht. Vale la pena riportare alcune parti dell’intervento di Carli a Kolding, al Consiglio dei ministri in cui si discusse la proposta olandese:

Desidero dichiarare che il governo italiano respinge quelle proposte perché sono viziate da errori concettuali, economici e politici. Se accettassimo, accetteremmo di inserire nella nostra Comunità il principio della sovranità limitata […] Dovrebbe l’Europa tutta intera, dal Mare del Nord al Mediterraneo, improntare la propria politica monetaria secondo il modello offerto dalla saggezza degli olandesi?[…] Sono consapevole che anche un tenue riferimento alle concezioni keynesiane viene giudicato improponibile in questa sede, ma non posso non ricordare che l’Europa ha conosciuto conseguenze gravi quando un grande paese ha imposto la propria politica in vista dell’unico obiettivo della stabilità monetaria, incurante degli effetti sul livello di occupazione [qui Carli si riferisce alle politiche di austerità perseguita dal cancelliere Brüning in Germania negli anni trenta, che secondo molti storici spianarono la strada all’ascesa di Hitler, N.d.A.].

A Carli fu dato ragione, in buona parte grazie all’opposizione della delegazione italiana. Sarebbe stata “la legittimazione giuridica del concetto di egemonia”, scrisse poi nelle sue memorie. “Ma le delegazione italiana aveva sempre concepito il Trattato dell’Unione come il principale strumento di contrasto contro l’accettazione di una unificazione monetaria fatta dai mercati, senza regole, sulla base dell’egemonia del più forte, vale a dire del marco”. Certo, alla fine prevalse comunque l’impostazione ordoliberale, mercantilista ed iper-restrittiva dei tedeschi, che per molti versi è alla radice della crisi che viviamo oggi. Ma la posizione degli olandesi di allora – e dei tedeschi di oggi – era ancora più sbagliata. E allora nel governo c’era qualcuno in grado di dirlo.

E oggi? Non ha senso puntare il dito contro la Germania. In fondo essa non ha fatto altro che perseguire una politica – legittima per molti versi – di promozione dei suoi interessi nazionali. Il vero problema è che quasi nessuno degli altri stati membri – a partire dall’Italia – è stato ancora in grado di fare altrettanto, eliminando qualsiasi spazio per una vera dialettica europea. E trasformando in realtà l’incubo paventato da Carli.

Scritto da Thomas Fazi

Thomas Fazi

scrittore, giornalista, traduttore e regista di documentari. È l’autore di The Battle for Europe: How an Elite Hijacked a Continent – and How We Can Take It Back, pubblicato quest’anno da Pluto Press