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Rome wasn’t built in a day

Rome wasn’t built in a day

Genova. L’immagine reale che più significativamente racconta l’effetto di quello che nel gergo si chiama malagestione. Ma che sulla pelle delle persone coinvolte si chiama tragedia. Disperazione, rabbia, dolore. Tragedia. Tragedia annunciata? Sì, parliamoci chiaramente. Ma non è qui, in questa sede, che serve intavolare una disquisizione sui fatti, le responsabilità, le conseguenze. Umane e penali. (Ricordiamocelo, però, tutto questo. Alla fine della lettura ricarichiamo la pagina e torniamo su. Per ricordarlo meglio, non si sa mai).

Il punto che si vuole cogliere in questo caso non è tanto l’individuazione di responsabilità singole, soggettive, immediatamente imputabili. Perché purtroppo non sarà questo atteggiamento a segnare effettivamente una sorta di “risarcimento” dei danni umani e materiali ricevuti. Se ci fermassimo alla sola idea dell’individuazione della responsabilità soggettiva perderemmo di nuovo il punto della questione che è soltanto quello di evitare, nel futuro (possibilmente, prossimo) che si ripetano situazioni che smettono di essere emergenziali diventando dannatamente prevedibili.

Mi pare che in Italia, in fondo, sia questo che non funzioni. Il fatto che molto spesso si preferisca mettere una pezza laddove servirebbe un’accurata rifinitura.

Si è data spesso la colpa alla burocrazia in questi giorni. Bene, d’accordo. Il mostro di burocrazia che appesantisce questo vecchio stivale e lo tiene li, a un soffio dal suolo, ma mai, quasi mai, in corsa. Ma bisogna andare oltre. Bisogna iniziare a capire -e credo che se ne stia quasi acquisendo consapevolezza- che un Paese non si cambia così (si direbbe, Rome wasn’t built in a day…). Che una coscienza collettiva, se si guarda in maniera progettuale al futuro, va in qualche modo costruita. Che bisogna partire dalle basi, bisogna educare alla responsabilizzazione degli individui che si fanno società. E di una società che si fa Stato.

In fondo basterebbe poco. Basterebbe che ad ogni “Genova” corrispondesse il reale tentativo di ricostruzione. Ri-costruzione. E non si può guardare alla costruzione di un qualcosa legando la longevità di quel qualcosa alla vita -politica o meno- di chi la costruisce. Se lo si fa, non lo si fa guardando fino all’estensione della propria ombra davanti a sé. Ma si proietta quell’estensione molto più in là. Fino ad abbracciare l’ombra dei propri figli. Dei figli dei figli. E così via.

Ma è una responsabilità che necessariamente deve esser percepita a livello collettivo.

Quello tra rappresentanti e rappresentati è in fondo un rapporto circolare necessario; va da sé che non è poi lontano dall’esser vero il detto per il quale la politica è lo specchio del Paese. E’ così. E non è colpa di un meccanismo elettorale che non consente di scegliere consapevolmente i propri rappresentanti. O almeno, non solo. In fondo pessimi episodi sono accaduti con governi, magari locali, sostenuti da consistenti e consapevoli preferenze. Allora vuol dire che forse, tutti, si dovrebbe imparare non solo a scegliere meglio, ma ad aspirare ad essere migliori. A partire da noi. A non permettere che ci sembri sufficiente riuscire ad individuare di volta in volta il colpevole di turno. Ma creare nel proprio intimo uno spazio di sano contributo al miglioramento collettivo. Che poi vuol dire miglioramento delle cose. Banalmente. Ma quello che succede in situazioni come quelle di Genova, dove da anni insistono denunce di selvagge costruzioni a ridosso e dentro gli alvei dei fiumi, deve farci capire che se esiste una responsabilità questa è probabilmente molto diffusa.

Nel pubblico come nel privato. In chi concede e in chi ottiene. E se a volte ci si può nascondere dietro quel pubblico, perché in fondo -no, non sono io- per il privato, non abbiamo alibi. Perché il privato siamo noi. Ogni piccolo noi. E l’addossamento delle colpe ad una politica che, sì, molto spesso delude, non può esimerci dal constatare che c’è una falla nell’educazione civica e nella coscienza collettiva di questo Paese.

E se c’è un’Italia che può ripartire, è solo quella che si fa responsabilmente parte integrante di un sistema, che lavora su se stessa, che si critica, si migliora, sbaglia ancora e poi si piace.

Non può funzionare se Paese e Politica restano a guardarsi come due corpi estranei.

Perché due corpi, al massimo, possono piacersi e avvicinarsi. Ma anche detestarsi e respingersi. E comunque, resteranno estranei, entrambi tesi alla propria individuale soddisfazione, entrambi riflessi in immagini che raccontano storie diverse. Solo che lo specchio è lo stesso e se si rompe, gli anni di disgrazia non sono 7, non si dividono. Semmai, si moltiplicano.
E ora ricarichiamo e torniamo su.

Scritto da Elisa Rinelli

Elisa Rinelli

Classe 1981. Laurea in Scienze Politiche e un master per consulenti parlamentari. Democratica, con una sana passione per il diritto costituzionale. Ha collaborato con il Comitato referendario del 2011 (quello della valanga di firme contro il Porcellum) e scritto di politica su QdR e Europa. Sogna ancora di diventare un fantino, ma nella vita reale è un’assistente parlamentare.