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Ripresa, attenzione all’occupazione.

Ripresa, attenzione all’occupazione.

La ripresa economica – più volte auspicata e prevista da analisti, politici e organi istituzionali – in Italia sembrerebbe finalmente essere arrivata. Gli ultimi dati statistici  a gennaio 2015 indicano un aumento dello 0. 1 % rispetto a dicembre scorso, una diminuzione del tasso di disoccupazione  dal 12.7% al 12.6%  e un rialzo del tasso di occupazione. Inoltre, nel corso del 2014 la crescita dell’export si è consolidata e la bilancia commerciale è fortemente in attivo: è passata dai 3.8 miliardi del 2013 ai 5.8 miliardi del 2014. Anche per quanto riguarda l’Area Euro le stime per il 2015 sono positive come certificato anche dall’indicatore E-coin. Questo indice della Banca d’Italia, in grado di misurare l’andamento dell’economia nel mese corrente dell’Area Euro, è in rialzo.

Questi segnali di ripresa però sono da giudicare anche con una certa cautela e non devono far pensare che la crisi sia finita del tutto. Infatti, la disoccupazione in Europa e in Italia continua a essere molto alta – i disoccupati nel vecchio continente superano i 23 milioni -, la  crescita del Pil, anche se promettente, per il momento non è brillante: la Bce stima una crescita dell’Area Euro intorno all’1. 5%  e un aumento di poco inferiore all’1% per il nostro paese. Inoltre, le aspettative di un rialzo dell’inflazione sono minime. Da Francoforte per  stimolare la ripresa e per creare aspettative inflazionistiche è stato lanciato sul mercato un Qe, abbreviazione di quantitative easing: è il nome del programma di acquisto di titoli (prevalentemente di Stato) da parte di una banca centrale allo scopo di iniettare moneta nell’economia degli stati euro. L’Ue ha poi varato nuove regole europee per attivare le procedure in caso di mancato rispetto del Fiscal Compact e del trattato di Maastricht  e una nuova normativa sul co-finanziamento dei progetti europei.

Le azioni di Bce e Ue rivolte a sollecitare e a rendere più dinamica l’economia degli Stati in crisi hanno come ulteriore scopo quello di favorire l’implementazione di riforme  con l’obiettivo di stimolare nuovi investimenti – sia nel settore pubblico che  in quello privato soprattutto  attraverso finanziamenti che provengono dal settore bancario-, con l’obiettivo  di liberalizzare alcuni settori dell’economia e con l’obiettivo  di attuare  provvedimenti per rendere il   mercato del lavoro più flessibile e fluido. Solo se queste riforme saranno effettivamente attuate e solo quando gli effetti del Qe saranno tangibili si potrà parlare di una “vera” e sostanziale ripresa. E’ probabile che in Italia, così come in altre nazioni Ue non proprio solide economicamente, vi sia una bassa crescita del Pil e un’alta disoccupazione per un certo periodo di tempo, forse un anno forse di più. In caso di una dilatazione temporale o per via di fattori esterni avversi, per esempio una crisi in stati dove esportiamo o lo scoppio di una guerra, oppure a causa di riforme non realizzate si verificherebbe la cosiddetta jobless recovery ovvero una situazione in cui vi è crescita economica che però non è in grado di incidere in maniera consistente sul tasso di disoccupazione.

Solo dopo tre anni dall’uscita dalla crisi e ben tre Qe, gli Usa stanno cominciando ad avere una crescita consolidata –  è previsto per il 2015 un aumento del Pil del 3.8%,  il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti ha intrapreso una consistente discesa e l’occupazione aumenta. La Fed, la banca centrale a stelle e strisce, ancora non considera il paese in piena crescita tanto è vero che continua a rimandare l’aumento dei tassi d’interesse visto che per ora non vi sono rischi inflazionistici.

Quindi, i primi dati del 2015, citati all’inizio del testo, fanno ben sperare. Ma in Italia si potrà cantare vittoria solo con un tasso di disoccupazione in costante diminuzione, un tasso d’ inflazione intorno al 2% e uno stabile e sostanzioso tasso di crescita del Pil. Questo avverrà con forti scelte di politica economica e industriale: sempre nella penisola, per esempio, il job act appena approvato è stato salutato con favore da mercati e aziende che peraltro stanno annunciando piani di assunzione dopo anni di licenziamenti e di cassa integrazione. Ma per avere in futuro nel nostro paese maggiore benessere e crescita, con una conseguente  creazione di posti di lavoro, al job act devono seguire provvedimenti in grado di attrarre capitali e di far aumentare la competitività in alcuni settori dei servizi.

Scritto da Andrea Rollin

Andrea Rollin

Andrea Rollin. 27 anni, laurea in economia politica alla Sapienza. Sto seguendo un dottorato in economia politica trattando gli argomenti inerenti al mercato del lavoro. Fin da piccolo seguo politica e temi economici. Convinto democratico, svolgo attività politica nella mia città Roma e nel mio territorio con incarichi istituzionali. Altra grande passione il ciclismo.