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Ripensare la partecipazione democratica

Ripensare la partecipazione democratica

Mentre a Bologna immortaliamo la foto del nuovo progressismo europeo, e più precisamente, mediterraneo, a Roma si annuncia battaglia nell’intento di abolire il cosiddetto pareggio di bilancio in Costituzione. Terreno di contesa quindi, e non è una novità, il nostro rapporto con l’Europa. Di questa sappiamo cosa non vogliamo, cominciamo ad avere una vaga idea della svolta da imprimerle, ma non abbiamo ancora risolto il “come ci stiamo” in qualità di partito nazionale.

Il dibattito di questi giorni tutto interno al Pd, per quanto fastidioso, a qualcosa di buono può portare: ragionare di una pratica progressista europea. Qui, tentiamo un’introduzione e per farlo cominciamo col definirne la prospettiva: una crisi di natura democratica prima che economica e sociale.

Senza dover ripercorrere i fallimenti delle politiche di austerity, così come l’involuzione ideale del progetto comunitario, constatiamo che trovare i responsabili di tagli, sacrifici, vincoli di bilancio insostenibili, ci è quasi impossibile. A farla semplice: la recessione è senza volto, e la causa è presto detta.  È una condizione figlia del carattere diffuso dell’autorità governativa europea, del suo quadro istituzionale ridondante, insomma una minaccia all’equilibrio di tre ordini di rapporti centrali del pensare politico: quello tra regola, il disegno democratico europeo, ed eccezione, il Fiscal Compact; tra contesto, la crisi del debito sovrano, e progetto, una cittadinanza dei diritti; infine, per correlazione, quello tra noi e le future generazioni.

Il campo di gioco delineato dai nuovi assetti della governance ci pone l’urgenza di ridefinire una politica che non è sovrana e di raccontare l’interdipendenza dei nostri paesi in termini di solidarietà più che di rapporti di forza (o di ‘competizione virtuosa’ nel caso siate di destra).

Trovare la quadra in questo pantano non è impresa facile; per chi volesse cimentarsi il primo ostacolo consiste nell’inesistenza di un demos europeo ovvero un popolo che permetta di pensare l’Europa secondo le categorie classiche della statualitá. Torna frequente nel dibattito il  “Sogno degli Stati-Uniti-d-Europa”, ma a meno che non si voglia usare una matrice culturale del presente aderendo al modello statunitense, l’espressione andrebbe declinata con più precisione.

L’esito odierno del disegno europeo consiste in una cittadinanza senza nazionalità, pensata a prescindere da un demos, l’esito finale invece, ancora non si sa ma certo non un Super Stato: quelle dodici stelle su sfondo blu non fissano criteri di attribuzione di una carta d’identità, piuttosto ambiscono a creare, cito, uno “spazio politico europeo” che  viva della dialettica incessante tra culture nazionali, a dispetto delle più immediate deduzioni. Non a caso ai partiti europei è testualmente affidata la costruzione di una coscienza politica: sintetica, pluralista, non necessariamente cosmopolita.

I Trattati riservano grande rispetto alle identità nazionali che, in tempi di grandi antinomie, possono rivelarsi utili chiavi interpretative, non limiti normativi!.Il terreno di conciliazione tra un sano patriottismo e la vocazione universalistica della cittadinanza europea, è la Cultura dei Diritti, un metodo e un patrimonio, una cifra distintiva di questo Occidente zoppicante. Per inciso, ciò che di detta cultura garantisce lo sviluppo è la politica. Superiamo così la contraddizione (solo apparente) di una cittadinanza di destinazione universale che non sia uno status mundialis, quanto piuttosto europaeus.

La Cultura dei Diritti è una dinamica aperta, espansiva, quella “dialettica tra identità nazionali intorno alla dignità umana” cui abbiamo fatto cenno. Fa perno sulle cosiddette “clausole di sviluppo dei diritti fondamentali”: quelle che obbligano gli stati a dare effettività a diritti formalmente garantiti, che impongono loro obblighi positivi e non solo un’astensione.  Peter Haberle, giurista superstar, definisce le Costituzioni come “espressione e mediazione delle esperienze culturali”, luogo della pluralità, quindi fondamento del potere. Di qui, uno spazio pubblico europeo, che ci unisca e che ci lasci distinguere, pena l’estinzione. L’identità comune è data dal reciproco riconoscimento.

Passiamo alla dinamo: la politica, o più modestamente, la politica progressista. Abbiamo individuato una sua prima sfida nel raccontare l’interdipendenza tra paesi: per parte nostra, da sinistra, in termini di solidarietà partecipata. Già, partecipata, perché l’esercizio politico risolve problemi e bisogni ma soprattutto permette di formularli: a ben pensarci un “bisogno europeo” non esiste, o non è percepito come tale.

Su questo fronte, la formulazione di un bisogno europeo appunto, andrebbe aperta una riflessione con le dimensioni cittadine dei partiti nazionali: è nelle città che si formalizza il problema, l’aspirazione o il bisogno in tutta la sua immediatezzaAl Partito Socialista Europeo calibrare la sua azione sulle vie della sussidiarietà: la forza dei suoi membri è nel radicamento territoriale.

Ripensare la partecipazione, urbana ed europea, non è ovviamente cosa facile e sarà oggetto di indagini successive. Bisognerà proporre una riforma del quadro istituzionale, disegnare una diversa morfologia dei livelli di dialogo politico, delle prassi interne ai partiti, isolare i rapporti tra maggioranze e minoranze, chiedersi infine cosa è la lotta e cosa il governo in un’Europa dai contorni sempre più labili.

La stagione congressuale ci ha visto esibire in costruzioni teoriche molto ispirate, a questo punto è tempo di pensare e realizzare una pratica: Matteo Renzi fa il suo dal palco bolognese, che dite? Cominciamo anche noi?

 

Scritto da Benedetta Rinaldi Ferri

Benedetta Rinaldi Ferri

21 anni. Studio Giurisprudenza a Roma Tre. Democratica e militante. Ora e sempre #RomaNord.