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Ridateci le chiacchiere da Bar

Ridateci le chiacchiere da Bar

Uno dei primi insegnamenti che venivano impartiti ai giovani consulenti del Fondo Monetario Internazionale, che dovevano essere mandati a dettare le misure da prendere nei posti che facevano richiesta d’aiuto, recitava più o meno così: «In tutti i luoghi in cui andrete – ma proprio tutti – ci sarà sempre un presidente, o un ministro, un sindacalista o un burocrate che vi dirà che una qualche riforma che state proponendo non si può fare perché quello è “un Paese particolare”. Non credetegli mai: non esistono Paesi particolari. I PAESI SONO TUTTI UGUALI». Una massima bellissima e spaventosa allo stesso tempo, e se, invece che alla Garbatella, fossi nato ad Atene, mi starei già bullando con voi e direi che non a caso noi greci chiamiamo con lo stesso nome le cose sublimi e quelle spaventose. Vabbeh, non serve però essere Ulisse per stabilire una regola generale per tutti i patrioti riformatori italiani: in tutti i settori che cercherete di riformare – ma proprio tutti – ci sarà sempre un qualcuno che vi dirà che non si può fare perché quel settore non lo conoscete abbastanza (“Non lo puoi giudicare se non ci stai dentro”, è la frase di rito, qualunque cosa voglia dire), ed è “un settore particolare”, la cui riforma non si può fare senza chi in quel settore opera già. Non credetegli mai: non esistono riforme particolari. Le riforme sono tutte uguali. Tutte possono essere ostacolate perché ci sono esperti pronti a smentirsi a vicenda, pur di continuare a guadagnarsi una pagnotta quotidiana lucrando sulle inefficienze, tutte possono essere messe in cattiva luce perché un ufficio studi qualunque, da quelli dei sindacati ai dipartimenti di Sabbie Mobili Applicate delle Università (per capirci, sono i dipartimenti che quando c’è da produrre un brevetto utile all’economia sembrano un paesino messicano all’ora della siesta, ma quando c’è da tirar fuori uno studio che blocchi qualche cantiere o qualche decreto legge, mettono i vari figli e amanti all’uopo assunti a sfornare intere biblioteche di supercazzole), tirerà fuori ad uso e consumo dei media esercizi di pura futurologia sulle piantine medicinali, o gli stambecchi nani, o i resti archeologici di un cesso antico, o i posti di lavoro che andranno persi se una qualche misura dovesse passare.

Ecco, se queste devono essere le basi da cui partire per discutere di qualsiasi cambiamento in Italia, cari patrioti, ridateci le chiacchiere da bar. Quelle che i professoroni fanno a gara a smontare, spesso con metodi scientifici a dir poco discutibili, e quelle fatte dalla maggioranza delle persone, che a differenza delle minoranze che bloccano tutto paga i suoi punti deboli: è sparsa e non concentrata, non ha obiettivi a breve termine, non riesce a valutare teoricamente quello che ha da rimetterci o guadagnarci dalle riforme. Ridateci le chiacchiere da bar che, quando si sentono i numeri dei possibili posti di lavoro che andrebbero persi, ti dicono «Beh, però mio cugino così ci andrebbe a guadagnare. Quanti posti nuovi si creerebbero?» (toh, proprio il numero che gli studi dimenticano sempre di mettere). Ridateci le chiacchiere da bar, di quelle che possono anche sentire in televisione un burocrate dire che i dipendenti pubblici o i bidelli lavorano già moltissimo, ma non ci crederanno mai, o comunque non cadranno nel tranello delle generalizzazioni, o comunque cambieranno canale che c’è Don Matteo sul primo. Ridateci le chiacchiere da bar anche contro chi in questi anni ha preferito tutelare le minoranze organizzate, paludate e conservatrici alle maggioranze del buonsenso, dicendoci pure che “la folla sceglie Barabba” (a proposito: non è un problema della folla, è un passaggio del disegno divino, imbecilli). Ridateci le chiacchiere da bar che riportano sulla terra i troppi tecnocrati che abbiamo allevato: ridatecele per far crescere l’intelligenza collettiva italiana troppe volte umiliata: finché lasceremo il potere di veto a qualunque minoranza avanzata che ha accesso ai media, a forme violente di protesta, o a grida più forti degli altri, non faremo altro che contrarre lo spazio dell’opinione pubblica ed allontanare la maggioranza dall’esercizio democratico. Proprio quello che vorrebbero le minoranze organizzate.

Scritto da Claudio Alberti

Claudio Alberti

Consulente di comunicazione, insegna progettazione e comunicazione multimediale a Roma. Ha collaborato con la cattedra di Storia della radio e della televisione dell’Università Roma 3.