•  
  •  
  • Home
  • /Articoli
  • /Regno Unito: una grande patria di piccole nazioni
Regno Unito: una grande patria di piccole nazioni

Regno Unito: una grande patria di piccole nazioni

Il 18 Settembre 2014 può diventare una data cardine nella storia europea. Il referendum scozzese sulla secessione dall’Inghilterra e l’uscita dal Regno Unito è una tappa, forse decisiva, nel rafforzamento del progetto unitario europeo.

Sino ad oggi, a partire dalla lunga e difficile trattativa per il suo ingresso nell’Unione Europea del 1973, il Regno Unito ha avuto con i partner europei rapporti ambivalenti. Gelosa del suo benessere e della sua indipendenza, certificate dall’insularità del suo territorio, ha sempre mantenuto un piede dentro e uno fuori dalle istituzioni europee secondo la convenienza del momento.

Aver infatti firmato il Trattato di Maastricht del 1992, che sanciva la nuova forma europea, senza però aderire alla sua moneta unica definisce l’ambiguo rapporto tra Londra e Bruxelles e l’impossibilità per i sudditi di Sua Maestà di perdere la propria libertà d’azione. Tuttavia il mondo sta cambiando rapidamente dal crollo del Muro di Berlino, antiche certezze vengono spazzate via dai nuovi rapporti di forza mondiali. La perdita della leadership incontrastata degli Stati Uniti, alleati naturali legati da una speciale relazione, è uno di quei capisaldi che rende Londra incerta sul proprio destino

L’altro caposaldo era la convinzione dell’indissolubile unione tra Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord sotto la Union Jack; un aspetto non solo culturale ma anche economico, perché – occorre ricordare – la Scozia non è solo William Wallace, kilt e cornamuse ma è un territorio dotato di enormi ricchezze petrolifere derivate dalle trivellazioni nel Mare del Nord. Secondo le stime, da una eventuale secessione, quei pozzi sarebbero per oltre il 90% di proprietà della nuova Scozia e l’Inghilterra perderebbe in un sol colpo la sua orgogliosa insularità e l’autonomia energetica.

Insomma, la devoluzione scozzese potrebbe sancire, una volta per tutte, la fine dell’Impero Britannico anche nei più fervidi e ciechi sostenitori dell’autonomia di Londra dalle istituzioni comunitarie. La fine di questa grande illusione, che molti danni ha provocato al processo d’integrazione fra gli stati europei per l’importanza storica ed economica del Regno Unito, potrebbe rinvigorire quella dell’Unione Europea.

I grandi stati-nazione, eredi dell’800 e sopravvissuti a due guerre mondiali, sono infatti i promotori e, al contempo, i più grandi ostacoli al processo federalista. L’Europa è sempre stata vista come un volano economico, grazie al libero commercio e all’abbattimento delle dogane, ma per molti doveva servire solo ed esclusivamente a riportare la Grandeur nazionale perduta nel secondo conflitto mondiale senza cedere un’unghia di sovranità, salvo quando strettamente necessario.

Oggi, dopo 7 anni di vacche magre, col vento che spira forte nelle vele dei movimenti populisti, pressati da entità colossali come Cina, India e Russia, e senza la grande coperta statunitense i paesi europei si stanno rendendo conto di quanto siano piccoli e indifesi nel grande proscenio mondiale, incapaci di una strategia comune.

La devoluzione scozzese, come quella catalana dalla Spagna, potrebbero essere i soli eventi traumatici capaci di svegliare le leadership europee dal torpore?

La frammentazione di questi grandi stati sono la risposta a questa debolezza? Cercando una via per uscire dalla crisi economica e dalla crescente impopolarità delle istituzioni (tanto nazionali quanto europee), le comunità locali stanno riprendendo in mano le sorti del proprio futuro.
In particolare il risveglio di antiche nazionalità, mai sopite e sempre distinte per cultura e lingua dal potere centrale (contrariamente agli artefatti movimenti padani, creati a tavolino), sembra essere l’unico motore di cambiamento in Europa.

Un processo disgregativo che – è evidente – parte da lontano, almeno dalla crisi della Jugoslavia i cui stati stanno oggi entrando nella UE portando, ognuno, le proprie risorse e peculiarità culturali. Con la possibile perdita di Scozia e Catalogna, regioni dinamiche e rilevanti nel PIL nazionale di Gran Bretagna e Spagna, si avrà come conseguenza una maggiore cessione di sovranità al Parlamento Europeo ed alla sua Commissione avendo meno forza contrattuale? E’ uno scenario plausibile. Qualora invece le due secessioni non dovessero avere luogo, Londra e Madrid sarebbero comunque costrette a dare a queste regioni una maggiore autonomia fiscale ed amministrativa, indebolendo ugualmente il proprio potere.

Il continente, diviso oggi in grandi nazioni, potrebbe trovare la sua unità e la sua forza nella frammentazione in attori regionali sempre più piccoli e deboli. L’impellente necessità di fronteggiare le sfide del ventunesimo secolo potrebbe spingerli più facilmente a quella unione federale auspicata sin dalla fondazione della Comunità Europea. La certezza della pena, un brutale decadimento della qualità della vita in favore dei paesi emergenti, sarà il fattore di coesione necessario a trovare in Bruxelles e nel suo governo la nostra ancora di salvezza

Scritto da Giovanni De Lupis

Giovanni De Lupis

Classe ’86, è laureato in Storia della Civiltà Cristiana ed imprenditore nell’azienda di famiglia di forniture professionali. Appassionato di politica e specializzato nello studio delle riforme elettorali, è attivista presso il Circolo PD Trionfale di Roma.