•  
  •  
Quei partiti che impersonano il paese

Quei partiti che impersonano il paese

Qual è il simbolo del Partito Democratico? Le iniziali “PD” formate da un tricolore, in grado di ricalcare la bandiera nazionale italiana, e un piccolo ulivo in mezzo alle due lettere.

A parte la scelta dell’ulivo, si tratta di un simbolo anomalo se consideriamo gli altri grandi partiti della tradizione europea. Anche in Italia, a parte i precedenti del Pli e di Forza Italia (che però ricorda più la bandiera nazionale magiara…), poche sono state le formazioni politiche con la bandiera nazionale come simbolo. Proprio in quanto, soprattutto nella Prima Repubblica, le forze politiche tendevano a rifarsi a determinate ideologie. Ed ogni ideologia aveva i suoi colori e i suoi simboli. Il riferimento al contesto nazionale era o del tutto assente o in forma aggettivata (Partito Comunista Italiano, Partito Socialista Italiano ecc…).

Nel simbolo e negli intenti del Pd ci sono invece due sfide: quella di andare a sinistra oltre la tradizionale cultura socialdemocratica e quella di rappresentare delle istanze riformiste del tutto nuove, se non inedite, a livello europeo. Anche per questo il simbolo non è “definito ideologicamente” ma “nazionalmente”.

Se la fine delle ideologie ha comportato, vedi il triste esempio balcanico, il riaffermarsi di contrasti di tipo nazionale al tempo stesso la simbolica caduta del Muro di Berlino ha comportato il trionfo del pragmatismo a scapito di un approccio più ideologico. E in un quadro del genere anche partiti paradossalmente “senza ideologia” possono avere piena cittadinanza. Anzi, spesso si dimostrano quelli più in grado di intercettare un elettorato sempre più sensibile al concetto di “performance” e sempre meno a quello delle “procedure”.

Il Partito Democratico, sin dalla fondazione il 14 ottobre 2007, si candida infatti a rappresentare tutte le culture del riformismo italiano anche in base a questi presupposti che hanno visto negli ultimi anni cambiare il ruolo dei partiti nella società. Ma in nome di cosa il Pd rappresenta questa sfida? In nome di una specificità di tipo nazionale. Quella che ha portato il fronte progressista a fare questo grande passo e ad inserire in un unico contenitore tutte le culture del riformismo nostrano. Quelle in grado di produrre “l’evento campale” della politica italiana degli ultimi cento anni: la Costituzione della Repubblica Italiana.

Il voto europeo del 25 maggio ha riportato in auge il dibattito secondo cui il Pd dovrebbe essere “il partito della Nazione”. A parte qualche velleità di tipo centrista, che nella “Gilded Age” montiana utilizzò questa espressione come sinonimo di “terzismo”, in Italia si è parlato di “partito della Nazione” solo in modo implicito riferendosi alla Democrazia Cristiana. Ma il suo status di “partito nazionale” proveniva dall’inevitabilità di una Dc al governo essendo il nostro un sistema o a “bipartitismo imperfetto” come direbbe Giorgio Galli o a “pluralismo polarizzato” alla Sartori per ovvi motivi di carattere internazionale.

Oggi come oggi però nel quadro post-elettorale c’è la concreta possibilità che si delinei un sistema in cui seppur in un’ottica di tipo bipolare c’è un partito predominante rispetto all’altro. Anche perché più che rappresentare una singola idea si sforza di rappresentare tutte le istanze della cittadinanza (un tempo si sarebbe detto “vocazione maggioritaria”). Un compito che possono svolgere solo alcuni partiti. Per esempio quello che arrivano al 40.8%.

In altri aree del mondo i “Partiti Nazionali” sono stati una realtà e hanno saputo agire anche in un’ottica di tipo democratico se non in un sistema di vera e propria democrazia dell’alternanza. Per esempio il Partito Repubblicano del Popolo turco che, pur essendo il partito di centrosinistra del paese, risultava essere maggioritario in quanto rappresentante della specificità turca incarnata dal socialismo nazionale e laicista di matrice kemalista. Il Partito Rivoluzionario Istituzionale messicano, soggetto politico centrista ma in grado di rappresentare la specificità politico-culturale del paese dal 1929 al 2000 (e nel 2012 ha rivinto le elezioni presidenziali). L’Unione per un Movimento Popolare francese che rappresenta le istanze golliste (peculiarità transalpina) traslate in un assetto bipolare (nato nel 1962 con l’elezione a suffragio universale del Presidente della Repubblica) e collocate politicamente a destra. Il caso del Partito del Congresso Indiano che, nonostante l’ingloriosa sconfitta alle ultime legislative indiane, ha governato il paese dall’indipendenza ad oggi. Cosi come il Partito Liberaldemocratico Giapponese se escludiamo l’anomalo governo coalizionale del machiavellico Hosokawa e la parentesi democratica dal 2009 al 2012. Per non parlare poi dell’African National Congress, al potere ininterrottamente dal ’94 ad oggi pur agendo in un contesto di democrazia dopo la triste esperienza dell’apartheid sudafricano.

A questo punto però non potrà che sorgere una nuova, mesta e conclusiva domanda: va bene, ma perché il Pd? Perché lo spirito nazionale dovrebbe essere rappresentato dal centrosinistra? E a questa domanda non possono esistere risposte brevi, ma solo la consapevolezza che in Italia (come in pochi altri paesi al mondo) mai il tema del patriottismo hai coinciso così tanto col tema dello sfruttamento e della soggezione (do you remember “Va pensiero”?). E questo vorrà pur dire qualcosa.

Scritto da Livio Ricciardelli

Livio Ricciardelli

Classe ’89, laureato in Scienze Politiche e studente di Relazioni Internazionali all’Università di RomaTre. Editorialista, inviato e cofondatore del quotidiano online “Termometro Politico”. Consigliere del Municipio “Roma I – Centro” per il Partito Democratico.