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Per far ripartire l’economia, serve una comunità

Per far ripartire l’economia, serve una comunità

L’economia è al centro di ogni discussione da anni  ormai, e il suo stato di sofferenza in Italia è tale da rendere ogni riferimento un angoscioso promemoria dei limiti attuali del nostro Paese.

Il tema  chiave per affrontare questa sfida – con prospettiva e serenità d’animo – risiede nel vederne i lati oggettivi e  affrontarli chiaramente, senza ipocrisie e col coraggio necessario a sciogliere i nodi più delicati.

Un approccio industriale diverso

Marco Gay, nuovo Presidente dei Giovani di Confindustria, ha interpretato questa necessità con un monito chiaro a coloro che delocalizzano le proprie strutture produttive all’estero alla ricerca di un più ricco margine di profitto. Una manodopera sottopagata e lontana dal territorio d’origine di quella produzione manifatturiera che ancora oggi citiamo con orgoglio, dimenticando che in altri paesi viene portata a termine. Questa consueta strategia della nostra classe imprenditoriale ha dato un contributo notevole agli oltre 7 milioni di disoccupati presenti oggi in Italia, ingrossando le fila di chi non ha titoli ed esperienza con personale altamente qualificato e specializzato.

La risposta di Marco Gay a questo stato di cose, esposto durante il congresso che lo ha eletto, è in gran parte una ricetta che sentiamo spesso, legata all’abbassamento del costo del lavoro, una coerente politica industriale del governo e la riduzione dei contratti di lavoro oggi presenti nel sistema. L’originalità della sua proposta risiede nella forte volontà di incentivare il rientro di quelle produzioni spostate all’estero, un desiderio forte di riportare il Made in Italy dove è nato ed è diventato il faro dell’economia nazionale.

Incentivi fiscali, accompagnati dalle altre riforme citate, allo scopo di rimpatriare le fabbriche e riportare il lavoro nel nostro tessuto sociale in sofferenza. Un’ambizione che si scontra contro un senso di patria assai labile nei nostri industriali causato da un concorso di fattori non sempre riconducibili alla loro avidità. Lo Stato ha fatto dei settori produttivi il salvadanaio da cui trarre risorse tramite una tassazione crescente e ne ha reso difficile la sostenibilità finanziaria. Il problema dei contratti è stato affrontato sovrapponendo invece di eliminare, la flessibilità desiderata è stata deformata in precarietà lasciando la parte sana del tessuto produttivo, ligio al dovere contrattuale e alle tasse, con un peso maggiore mentre coloro che evadevano ogni regola hanno semplicemente continuato a farlo.

Un approccio politico diverso

Una sinistra moderna che intenda abbracciare il senso di patria con spirito di condivisione e crescita diffusa, deve abbracciare con forza questo tema, deve essere lo strumento ideale per far tornare un benessere diffuso tramite i capisaldi della nostra produzione nazionale.

La politica deve tornare a lavorare perché la classe imprenditoriale torni a fare della produzione manifatturiera un orgoglio non sia solo “nominale” ma che si incarni davvero nel lavoro delle donne e gli uomini che vivono nel nostro paese. Deve sostenere l’originale apporto dell’individualità che crea e sviluppa una propria azienda, accompagnarla nel suo processo di maturazione, e al contempo deve assicurarsi che le ricadute occupazionali e di crescita economica vadano alla sua comunità d’origine.Una sfida complessa che solo una nuova classe dirigente riformista, sciolta dai legacci del passato ideologico ma intrisa del suo spirito di comunione e volontà di un benessere diffuso, e una classe imprenditoriale giovane e attenta al sociale può affrontare con speranze di successo.

Scritto da Giovanni De Lupis

Giovanni De Lupis

Classe ’86, è laureato in Storia della Civiltà Cristiana ed imprenditore nell’azienda di famiglia di forniture professionali. Appassionato di politica e specializzato nello studio delle riforme elettorali, è attivista presso il Circolo PD Trionfale di Roma.