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Patria: alla ricerca del padre

Patria: alla ricerca del padre

Patria senza Padri, Psicopatologia della politica italiana, è un libro intervista o, meglio ancora, un dialogo socratico tra Massimo Recalcati e Christian Raimo, lucido e molto accattivante, che partendo dalla psicoanalisi Lacaniana e dalla psicopatologia, tenta di allargare le dinamiche proprie dell’uomo alla società e alla politica, come proiezioni del singolo. Un dialogo interessante che, come afferma in prefazione lo stesso Raimo, sarebbe interessante continuare per ciò che attiene ai giorni attuali, fermandosi il libro all’elezione del Pontefice Francesco.

Un testo che, a mio avviso, a prescindere alla connotazione politica del lettore, e pur avendo esso stesso una chiara connotazione politica sullo sfondo, non può mancare sulle librerie di chi voglia avere una lente particolare per un’analisi lucida del nostro tempo, che il desiderio finale sia poi quello di criticarlo o piuttosto apprezzarlo, rifiutare la visione o farla propria.

Le lenti con cui si osservano politica e società sono, come già citato, la psicoanalisi e la psicopatologia, lenti molto accattivanti e complesse, e forse su questa scelta soggiace il limite della visione, come spero di aver modo di dire più avanti. Come fu scritta e descritta la Psicopatologia della vita quotidiana da Freud, oggi viene scritta e descritta la psicopatologia della politica italiana, e forse si potrebbe fare un passaggio maggiore abbandonando il tanto diffuso modello medico, appoggiato del tutto alla malattia.

Non è istantanea la comprensione del titolo, Patria senza Padri sembrerebbe apparentemente sconfessare il lavoro dei Padri Costituenti della nostra Patria o i Patrioti che ci hanno preceduto. Ma non è al passato che Recalcati si rivolge con quel senza privativo, bensì ai nostri giorni.

Si parte da una visione del capitalismo odierno come discorso poggiato su due miti, l’anoressia, ovvero il mito dell’immagine, dell’autoconsistenza narcisistica dell’immagine, della vita consacrata all’immagine, che si fa da sé, che rifiuta narcisisticamente l’Altro, e la bulimia, mito del consumo, in un’ottica anti-weberiana: al centro non c’è più l’ascesi del capitalista che rinuncia al godimento immediato per accumulare capitale, ma la furia bulimica del consumo, il mito della crescita fine a se stessa, l’avidità sconfinata e mortale della pulsione orale.

E come si è giunti ai nostri giorni? Con un riaffermarsi del complesso edipico che tentava, però, di rovesciare tout court la figura del padre. Il ‘68 ne è un chiaro esempio: i figli della borghesia contestano i padri, invocando nuovi padri, Mao, Lenin, Marx. Meno chiaro il ’77, dove ci fu un tentativo di andare oltre i padri, di liberarsi della loro eredità edipica. Di scavalcamento del Nome del Padre, di esaltazione di un’organizzazione senza gerarchia, rizomatica, collettiva. Esiste un errore comune al ‘68 e al ‘77, il mito dell’autogenerazione, fare a meno di tutti i padri, non servirsi della vecchia generazione ma cancellarla. L’istituzione, che è freno al godimento e rappresenta il veicolo della castrazione simbolica, veniva rigettata in quanto limite alla libertà.

Ed è attorno alla Legge di castrazione che ruota il pensiero di Recalcati, nell’affermare l’esistenza di una Patria senza padri. Nonostante il nome apparentemente connotato di negatività, la Legge di castrazione consente il comune vivere della società, permette di aver chiaro il limite della possibilità di azione, di far sì che il capriccio di un godimento immediato si trasformi in un desiderio a lungo termine, radicato nella società. Consente la giusta oscillazione tra le due tendenze fondamentali evidenziate dallo psicoanalista Bion: il bisogno narcisistico di affermazione e il bisogno di socializzazione. Tutta la democrazia, in fondo, poggia sull’equilibrio tra queste due tendenze. Nel momento in cui crolla l’ideologia e il Nome del Padre, e la Legge di castrazione sembra angosciare piuttosto che aiutare, ecco venir fuori la violenza erratica, fine a se stessa, priva di qualunque ideologia, che non passa per il piano del simbolico, ma si traduce subito in atto. Ed ecco che i giovani che lanciano i sassi dal cavalcavia non sfidano più una legge, ma cercano una Legge, un Padre, che li fermi, fanno appello perché qualcosa della legge possa ancora esistere.

Ed ecco ancora che i genitori iniziano a interrogarsi sul desiderio dei loro figli: mi ama? Un’angoscia che paralizza il gesto educativo, porta a dire sempre sì, non introduce lo spigolo duro della Legge di castrazione, e si rinuncia al no per non diventare meno amabili agli occhi dei figli. Contemporaneamente c’è l’angoscia di prestazione. Al primo ostacolo si rompe il patto generazionale, per esempio tra genitori e insegnanti. Gli insegnanti sono accusati di non capire le qualità del figlio. È il narcisismo ipermoderno dei genitori: non è più il bambino ad adattarsi ai ritmi della famiglia, al funzionamento simbolico della famiglia, ma è la famiglia che si modella al capriccio del bambino.

Parafrasando Pasolini: se Dio non risponde, se il cielo sopra le nostre teste è vuoto, se l’ideale è aria fritta, se le parole non contano più, se la verità non esiste, ciò che resta è solo la volontà del godimento, dunque resta solo il narcisismo.

Ed ecco ancora che ci si ritrova con il rischio di populismi e neo-totalitarismi che non si poggiano più, come in passato, sulla paranoia, ma sull’iper-edonismo, sulla promessa di un godimento immediato. Più volte Recalcati fa accenno al fenomeno del grillismo e del berlusconismo, evidenziando come la politica, che un tempo aveva il compito di portare sul simbolico l’azione, di permettere il sano conflitto, oggi diventa tecnologia (grillismo) e spot (berlusconismo). In particolare su Berlusconi, Recalcati evidenzia come il suo narcisismo e l’angoscia di castrazione tipica del perverso, non gli permetta un ritiro dalla scena pubblica. Non riesce né riuscirà a compiere la saggezza più grande citata da Nietzsche: saper tramontare, saper scegliere il tempo giusto per uscire di scena, per lasciare un’eredità. Una saggezza che appartiene invece a Benedetto XVI. Il padre del populismo è un padre totemico, titanico, che come Crono mangia i figli (vedi Alfano o in passato lo stesso Fini) e che gode di tutte le donne, assillato dalla sua morte, incapace di vedere la sua immagine senza la luce dei riflettori. Senza contare che la continua divisione, tipicamente italiana, porta in questa assenza del Padre a cercare l’Uno supremo e unificante. E risiede nella ricerca del capo supremo la base della patologia. La stessa persona, nota Recalcati, ma già notavano Bollas (2013) e Rosenfeld (1987) non è individuum, un blocco monolitico, ma è fatto di più istanze. La patologia compare proprio quando il pluralismo si spegne, quando prevale un tiranno interno che censura le altre voci, quando non c’è più dibattito, bensì un eccesso di rafforzamento dell’Io, per eccesso di monarchia, per eccesso di autoritarismo, che mette a tacere le altre istanze della vita parlamentare dell’inconscio. Dove ci sono più istanze, dove c’è dialogo, confronto, esigenza della traduzione di una lingua in un’altra, simbolizzazione, allora c’è una vita psichica e istituzionale sana.

Contemporaneamente si produce il complesso di Telemaco, tipico dei giovani di oggi, la ricerca di un padre, che è partito come onnipotente (si vedano gli anni sessanta), e che torna irriconoscibile, come mendicante.

Questo e molto altro, a corollario del pensiero principale, è presente nel dialogo tra Recalcati e Raimo. Ho parlato però del limite principale di un pensiero poggiato tutto sul modello psicopatologico, ovvero l’assenza di un modello salutogenico, che punti alla prevenzione e alla promozione della salute. Recalcati accenna poco e niente alla prevenzione, nulla dice sulla promozione della salute.

In un mio scritto in corso di pubblicazione (La Torre di Igea, a cura di Giovanni Garufi Bozza, Edizioni Psiconline) un po’ provocatoriamente ho proposto di rivedere la Psicopatologia della vita quotidiana di Freud alla luce di un modello salute, che non veda più la salute come semplice assenza di malattia, ma si poggi su una visione bivariata, in cui salute e malattia convivono (per approfondimenti sul modello salute si veda Bertini, Psicologia della salute, 2012, Raffaello Cortina Edizioni). In fondo, ci sono forme di salute anche in un malato terminale e la stessa vita di un individuo sano altro non è che una malattia terminale e non esiste una sola salute, ma più forme di salute, salutìe, parafrasando il plurale di malattia, malattie.

Ho proposto, in sintesi, di scrivere una Psicosalutogenesi della vita quotidiana. La stessa provocazione è allargabile alla società e alla visione di Recalcati: perché la ricerca di Telemaco del padre non può passare per una visione di salute, che porti a scrivere la Psicosalutogenesi della politica italiana, evidenziandone i talenti, le risorse, le possibilità? È possibile cercare in Italia quella politica e quella società che non si appoggiano all’edonismo ma all’eudaimonismo e farne modello virtuoso?

Scritto da Giovanni Garufi Bozza

Giovanni Garufi Bozza

Sono uno psicologo, anche se nel tempo libero mi diletto a scrivere e questo fa di me, casualmente, uno scrittore.
Ho pubblicato due romanzi, Selvaggia, i Chiaroscuri di Personalità e Alina, autobiografia di una schiava. Amo la politica come scienza architettonica finalizzata alla costruzione e alla promozione del bene comune