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…non donna di province, ma bordello?

…non donna di province, ma bordello?

Come qualche lettore saprà, sono autore di un romanzo che ha la pretesa di parlare di prostituzione di strada, Alina, autobiografia di una schiava. Quando lo scrissi, la mia idea era quella di mettere al centro le emozioni di una schiava di strada, narrando la sua storia in prima persona, mettendomi nei suoi panni e permettendo al lettore di fare lo stesso movimento empatico. Il romanzo fu il frutto di un lungo lavoro di dialogo e interviste con le protagoniste dei marciapiedi e con gli operatori di strada.

Una volta pubblicato, ho avuto quasi l’illusione che il mio lavoro di ricerca fosse terminato. Mi sbagliavo. Perché nel presentarlo in più contesti e in più città, mi sono reso conto di quanto sia importante un’altra ricerca, quella che tenta di rispondere a una domanda che emerge in ogni presentazione: quali soluzioni alla schiavizzazione delle donne? Non già da autore, ma da cittadino, sento che è una domanda a cui sia giusto ricercare una risposta, per quanto difficile da trovare. Perché quello che faccio sempre presente, quando la questione mi viene posta, è che ogni soluzione ha un rovescio della medaglia, un qualcosa che non risolve il problema. Faccio presente anche che quei gruppi (stati, religioni ecc.) che nei temi roventi (prostituzione, droga, e via dicendo) sono andati verso l’estremo liberismo o al contrario verso l’eccessivo proibizionismo, hanno avuto paradossalmente lo stesso effetto: lo sviluppo di problematiche come la pedofilia. Quando si dà tutto, si vuole anche l’impossibile. Quando si priva tutto, il nascosto dona l’illusione di libero arbitrio che consente tutto. È un caso che la pedofilia sia maggiormente presente nelle religioni più puritane e che in Olanda (esempio di liberismo assoluto) si sia pensato a un partito pro-pedofilia?

Ecco, la democrazia si muove come un equilibrista su un filo: l’eccesso porta agli stessi risultati. Quindi la domanda che si basa sull’out out, legalizzare il sesso a pagamento o punirlo, è forviante e non porta ad alcuna soluzione.

Un altro paradosso lo abbiamo a Roma, dove, pur essendo passati dalla giurisdizione nera di Alemanno a quella rossa di Marino, e pur essendo opposte le soluzioni trovate, si parte da una premessa comune, ovvero che la prostituzione sia un problema di decoro e non di dignità delle prostitute. Se Alemanno firmò per multare le donne che erano mezze nude per strada (che ricomparvero poco dopo, vestite alle fermate degli autobus, intoccabili), Marino propone i quartieri a luci rosse (l’Eur, il quartiere acceso di giorno e spento la notte, è il candidato più papabile), ovvero la creazione di luoghi, che per quanto controllati dal punto di vista legale e sanitario, diventano ghetti del sesso, in cui vige la regola occhio della moglie e del cittadino non vede, cuore e decoro non dolgono. Una soluzione che lascia molto perplessi.

Quando non si trova una soluzione in casa, solitamente si va a cercare nell’abitazione altrui, ed ecco i tre modelli legislativi più diffusi tra gli Stati Esteri:

Modello proibizionista: la prostituzione è considerata illegale, sono colpiti clienti e prostitute. È vietata la prostituzione per morale e c’è l’obiettivo ideale di eliminare il sesso a pagamento
Modello neo-proibizionista: è il modello della Svezia, che costituisce per certi versi una svolta storica. È vietata la prostituzione, ma ad essere puniti sono solo i clienti. Perché svolta storica? Perché la storia ci insegna che è sempre stato punito il comportamento femminile per il sesso fuori dal matrimonio (il Vangelo docet: La Maddalena è ora adultera, ora prostituta).
Modello abolizionista: considera la prostituzione come un’attività non lecita e che non può essere oggetto di una normale attività commerciale, ma al tempo stesso non viene punita penalmente. Il fine ultimo è l’abolizione della prostituzione come attività che mortifica la dignità della persona, abolisce le case di tolleranza, ma non proibisce il prostituirsi. La prostituzione non è considerata illegale, ma è illegale favoreggiamento, lo sfruttamento, e il reclutamento, ovvero tutto ciò che ruota attorno alla prostituzione. In Italia abbiamo una legge simile, emanata dalla Senatrice socialista Merlin (la stessa che operò per l’equiparazione tra figli naturali e adottivi e per l’eliminazione dai contratti di lavoro della clausola nubilato, che imponeva il licenziamento delle lavoratrici che si sposavano). La prostituzione non è illegale, ma sono colpite tutte le azioni che ruotano attorno ad essa, quindi di fatto lo è. È una legge un po’ contraddittoria e male applicata: con la Merlin si punisce anche chi sceglie di prostituirsi e chi aiuta tale scelta fornendo una casa, o ancora le donne che si organizzano in forme di mutuo aiuto.
Modello regolamentarista (o neo-regolamentarista): è alternativo alla criminalizzazione. È ampio, va dalla statalizzazione dei bordelli alla regolazione giuridica ed economica da parte dello Stato della prostituzione, come in Olanda. Impone zone dove esercitare e controlli sanitari, come in Italia prima della Merlin. È applicato in Germania, Austria, Svizzera, ecc. La prostituzione è tassata e ci sono restrizioni, come i luoghi preposti a sfruttamento come i quartieri a luci rosse e gli FKK, l’obbligo di controlli sanitari e la segnalazione della residenza dove si pratica. Quindi la prostituzione è legale. Si garantisce la dignità di chi la pratica, il famoso decoro urbano e la sanità. Viene vietata la prostituzione dei minori, ma il fatto che prima in Svizzera fosse permesso dai 16 anni e oggi dai 18, fa riflettere molto.

Se il lettore mi ha seguito fin qui, si sarà forse fatto l’idea che ogni soluzione legislativa consegna una panella davanti e una bastonata alle spalle. Criminalizzare i clienti o le prostitute significa colpire anche chi sceglie di vendere il proprio corpo e di aprire in tal senso uno scambio meramente commerciale, come pure tutti quegli uomini che per handicap fisici o mentali, o per il disagio nel relazionarsi con altri, o ancora per libertà sessuale, non hanno la possibilità di vivere una sessualità all’interno di una relazione (un concetto abbastanza diffuso e condivisibile, con i dovuti se e ma, che tante relazioni sentimentali che coinvolgono persone con handicap suscitano). Liberalizzare in toto, vuol dire farsi carico di uno Stato che guadagna col sesso a pagamento.

E in Italia quali proposte? Vi posso assicurare che ce ne sono tante, se ne è presentata di media una per legislatura, alcune da far accapponare la pelle, altre condivisibili. Hanno tutte in comune il fatto di arredare i cassetti dei palazzi di governo, mentre le schiave di strada continuano ad arredare come oggetti i nostri marciapiedi. Per quanto dura e faticosa, una sana discussione sul tema non farebbe male e non è un tema secondario al lavoro o alle riforme più urgenti: se in Italia tolleriamo la prostituzione coatta, facendo poco e niente, siamo un Paese che tollera la schiavitù nel nuovo millennio, e se tolleriamo la schiavitù, non possiamo parlare di diritti di lavoro, equità, ecc.

Una proposta recente che ho ritenuto interessante (giace anch’essa al Senato, non facciamoci illusioni) ed è a firma della Senatrice Cirinnà e altri. Nella legge si prevede la legalizzazione della prostituzione, ma che lo Stato non guadagni dalla legalizzazione della stessa. Si parte dall’assunto che la prostituzione non possa essere reato per chi decida di praticarla, e che spesso sia l’unica soluzione per emarginati, disoccupati, clandestini ecc.

Nella legge si sottolinea che il non regolamentare, e altresì il proibire, porta a un’indifferenziazione tra la libera scelta e la prostituzione coatta. Propone al contempo una lotta serrata per combattere la tratta di schiave, minori e non, vendute sui marciapiedi italiani, in un mercato in cui i padroni prendono attualmente il 70/80% del ricavato.

La prostituzione diventa un’attività autonoma o svolta all’interno di una cooperativa. Se la persona sceglie, può averne un reddito e pagare le tasse, mentre si auspica di rimuovere le violenze legate alla prostituzione, alla costrizione e alla tratta. Si inaspriscono in tal senso le pene, che comprendono la confisca proventi ottenuti dall’attività illecita e l’arresto per lo sfruttamento altrui la prostituzione coattiva.

I soldi ricavati da condanne, come già detto, non vanno nel bilancio dello Stato, ma in un fondo per Regioni e Comuni per promuovere la prevenzione alla prostituzione coattiva, l’integrazione sociale delle vittime, e la loro formazione al lavoro. Con lo stesso fondo, la legge prevede aiuti per quelle donne costrette dalla vita e dalle circostanze economiche a prostituirsi. Si stanziano fondi per formazione polizia e operatori sociali. Si utilizzano gli stessi fondi per promuovere l’educazione sessuale nelle scuole, anche se la legge cita la centralità del preservativo come forma assoluta di prevenzione da insegnare, posizione che, a uno psicologo della salute come me, fa storcere un po’ il naso per la sua limitatezza concettuale. La prevenzione, e soprattutto la promozione, sono qualcosa di più.

Si usano case per prostituirsi o luoghi scelti da amministratori locali. In altri luoghi vengono multati prostitute e clienti. Non è ammessa in casa se ci sono minori conviventi.

Sarebbe il migliore dei mondi possibili? Forse no, ma di certo è arrivato il momento di discuterne e di non voltarsi dall’altra parte.

Scritto da Giovanni Garufi Bozza

Giovanni Garufi Bozza

Sono uno psicologo, anche se nel tempo libero mi diletto a scrivere e questo fa di me, casualmente, uno scrittore.
Ho pubblicato due romanzi, Selvaggia, i Chiaroscuri di Personalità e Alina, autobiografia di una schiava. Amo la politica come scienza architettonica finalizzata alla costruzione e alla promozione del bene comune