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Nel Paese che teme gli eroi

Nel Paese che teme gli eroi

“Sono solo signorine dei centri sociali rincoglionite”. “Ste due minchione…” “Aiutare i connazionali sì, ma quando se lo meritano”. “Se volevano fare il volontariato in Italia c’è bisogno più che in quei posti di merda…ma forse gli piace il pisello arabo”. “Possono rimaner lì a parer mio, visto che nessuno ce le ha mandate”. “Potevano stare a casa. Lasciatele lì e riportate i marò”. “E i nostri marò in India? Siete due stupide del cazzo”…..

Spettacolo surreale, quello cui assistiamo in questi giorni. Per Vanessa e Greta, due cooperanti di appena vent’anni, che più volte erano entrate nell’inferno della Siria per portare medicine (quindi salvare vite), affiora una speranza di salvarsi dai loro rapitori. Per tutta risposta, migliaia di italiani, ben comodi e pasciuti davanti a Facebook, le sommergono di insulti e gridano di lasciarle morire.

Come si spiega una reazione così feroce e così assurda? Tutto, in teoria, le rema contro. Vanessa e Greta sono donne, e con loro è spontaneo essere protettivi e delicati. Hanno lasciato genitori, fratelli, amici, forse fidanzati, nei panni dei quali è fin troppo facile mettersi. Aiutavano persone deboli, stremate dalla guerra, forse morenti. Senza chiedere nulla in cambio. Ci aspetteremmo che il cuore umano, per sua stessa natura, si intenerisca di fronte ad una storia del genere. Invece si è arrivati alla rabbia, all’insulto, agli auguri di morte. Ripeto: come si spiega?

Io me lo spiego così. Quando veniamo a sapere che qualcuno ha compiuto un’impresa eroica, dedicando il suo tempo e la sua energia a salvare i più deboli, senza guadagnare un centesimo, o addirittura rischiando la vita, possiamo avere due reazioni. In Russia le chiamano “l’invidia bianca” e “l’invidia nera”.

Entrambe partono dal presupposto che l’eroe ci mette a nudo. Ci costringe a guardarci allo specchio, a vedere la nostra pochezza, quanto la nostra vita sia ristretta, quanto siamo arroccati su noi stessi e incapaci di donarci agli altri. Lei era in Siria sotto le bombe a portare medicine, e io? Seduto davanti a Facebook. Questo rende bene l’idea.

C’è qualcosa, nella nostra coscienza, che ribolle e ci fa sorgere un dubbio: non è che io sto sbagliando a non fare come loro? O, soprattutto per la psiche maschile: non è che loro si coprono di gloria, di onore, di importanza, di utilità, mentre io sono così neutro, così minuscolo nella mia normalità? Passa il gigante, e le casette crollano.

Questi dubbi possono avere due sbocchi. Il primo è un’immensa ammirazione, il desiderio di emularli, di essere come loro. Diffuso, ormai, quasi solo tra bambini e adolescenti, gli unici che hanno il coraggio di scegliersi un modello (non solo in ambito eroico) e di ammetterne la superiorità su loro stessi. “Lei porta le medicine? Allora io come minimo la aiuto a comprarle!”

Il secondo, però, è un senso di vergogna e di pericolo. “Non è giusto”, pensiamo, “che qualcuno possa fare l’eroe mentre io sono inchiodato qui. Non è possibile che le sue scelte e le sue azioni siano stimate più delle mie. Se stimano le sue, le mie ne verranno svilite. E io non me lo posso permettere. Devo dimostrare che quello non è un eroe, che non è superiore a me, anzi, che mi è inferiore!”

Forse avrete sentito parlare delle difese freudiane. Quando una frustrazione o un’angoscia è troppo intensa per essere sopportata, dobbiamo in qualche modo smussarla. Ironia, proiezione, rimozione, isolamento, sublimazione sono varie strategie di cui si serve l’inconscio. E tra queste c’è la razionalizzazione: il tentativo di “giustificare”, attraverso comportamenti, ragionamenti ed argomenti, un fatto (o processo relazionale) che il soggetto ha trovato angoscioso.

Insomma, speriamo di riuscire a metterci l’animo in pace grazie a un argomento logico che dimostrerebbe l’insensatezza della nostra preoccupazione. Ciò non rimuove del tutto la preoccupazione, è ovvio, ma almeno ci aiuta a conviverci.

Così ci difendiamo da Greta e Vanessa, come da tanti altri eroi, santi o illustri italiani (non ultima Samantha Cristoforetti, di cui il popolo del web ha scritto “Chissà a chi l’ha data per arrivare lì” o “farà di sicuro schiantare l’astronave”). Tant’è che le filippiche in favore del loro abbandono, oltre ad essere un oltraggio intollerabile per chi crede che le vite umane siano tutte uguali, e che la vita sia un diritto eterno e inalienabile, non reggono in nessuno dei loro presunti “argomenti”.

-) Non c’è alcun automatismo tra portare medicine in Siria ed essere rapiti. Centinaia di italiani l’hanno fatto almeno fino a quest’estate, più chissà quanti di altre nazioni, tra i quali non risultano tutti questi rapimenti di massa. Persino il fumettista Zerocalcare ha passato un periodo come volontario a Kobane, tornando tutto intero.

_)“Coi soldi dei riscatti i terroristi si pagano le armi”. Ammesso che sia una scusa per lasciar morire cittadine italiane (e non lo è), l’Italia ha comunque stanziato cifre immensamente più alte per sostenere “i buoni”: progetti Onu, armi per i curdi e, in momenti più foschi della storia recente, forniture all’opposizione moderata e purtroppo persino ad Assad, al momento schierati tutti contro l’Isis e le altre sigle del terrore. Al confronto, i riscatti sarebbero una goccia in un oceano.

-) Veniamo ai poveri Marò, ormai sfruttati per qualunque polemica. Chiunque può capire che i dossier sono diversissimi (controversia giudiziaria con uno Stato sovrano da un lato, trattativa per ostaggi con un gruppo terrorista dall’altro) e privi di qualsiasi connessione tra loro. “Pensare prima” agli uni o alle altre è una frase che non ha significato.

Argomenti inconsistenti, dunque. Ma che rivelano molto su chi se li inventa.

Qual è l’accusa principale contro Greta e Vanessa? Non essere state zitte e buone al loro posto. Non essersi limitate a vivere nel posto normale dove gli è capitato di nascere, facendo il lavoro normale che gli fosse capitato di fare, senza eroismo, senza sacrifici. Il paragone con i Marò è illuminante. Due soldati che facevano la guardia a una petroliera, per soldi, sarebbero più nobili e più degni di due donne che portavano medicine, gratis, a sfollati e feriti di guerra. Quale mentalità può partorire un simile paradosso? “Nessuno ce le ha mandate” scrive qualche leoncino della tastiera. “Saresti mai andato in Siria in quel periodo, se non per motivi lavorativi?” aggiunge un altro. In pratica, hai il permesso di impegnarti, di lottare e di soffrire solo se sei costretto, solo per le inevitabili necessità che la vita comporta. Rimediare la pagnotta è l’ultimo fastidio che ti impedisce di startene in pace, nel tuo giardinetto, su Facebook o davanti alla partita, indifferente al resto del mondo. Perché cercartene altri?

Questa è la mentalità che gli eroi come Greta e Vanessa minacciano ogni giorno, e che i pantofolari del web si devono sforzare di proteggere, a costo di insultare e rinnegare quegli eroi. Nel nostro Paese, come in ogni altro, c’è un’armata di irritanti e meschini Don Abbondi, che darebbero il voltastomaco non solo all’ardore sacro di fra Cristoforo, ma anche all’ingenua generosità di Renzo. Anche l’Italia è un Paese che teme gli eroi, che li odia. Non ovunque, per fortuna. Ma, se vogliamo riscoprire l’amore per la Patria, dovremmo anche ricominciare ad andar fieri dei nostri eroi.

Scritto da Emanuele Pinelli

Emanuele Pinelli

Nato nel dicembre ’89, poco dopo il crollo del Muro, studia Filosofia e nel 2013 approda al Dottorato presso l’Università di Pisa. Musicista, cantautore, conduttore di programmi radio sulle avanguardie, è da anni un sincero mazziniano.