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L’Unità ha chiuso per sempre?

L’Unità ha chiuso per sempre?

l’Unità ha chiuso. Già questa, in tempi meno concitati, sarebbe una notizia per chiunque faccia il giornalista, si appassioni di politica o semplicemente abbia avuto modo di guardarsi intorno negli ultimi 90 anni. Da che esiste l’Unità è stata parte della vita del Paese. L’Italia è stata raccontata sulle sue colonne, la storica festa ha animato le estati dei piccoli e grandi borghi della penisola per diversi decenni. L’Unità è una storia che finisce forse rischia di non vedere più la luce.

Secondo le intenzioni del suo fondatore, Antonio Gramsci,  «Il giornale non dovrà avere alcuna indicazione di partito. Dovrà essere un giornale di sinistra. Io propongo come titolo l’Unità puro e semplice che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale», doveva cioè essere aperto al dibattito e alla critica politica. Non era un organo di partito. Lo diventerà e in questa trasformazione, in questa ghettizzazione, probabilmente si determineranno le tare “genetiche” che ne hanno portato alla progressiva crisi.

L’Unità ha subito in sostanza le stesse sorti del Partito a cui era legato: il PCI, e la relativa filiera, fino all’attuale PD. Con i giornali di qualunque orientamento e tipologia soffre la crisi dell’editoria, specialmente dell’ultimo decennio, principalmente a causa dell’espansione del web. Ma è anche andato in crisi con la crisi elettorale e ideologica del PCI/PDS/DS, una crisi di dialettica e di cultura politica che ha accelerato la crisi editoriale. Nel 2001 le vendite erano sopra le 71 mila copie, quest’anno poco sotto le 21 mila. Tredici anni, 50 mila copie perse nel frattempo. Appena 2 mila recuperate tramite la versione digitale. E’ evidente che altre esperienze editoriali (La Repubblica prima e al Fatto Quotidiano più recentemente) hanno eroso lettori che si sono riconosciuti in una offerta culturale  e informativa diversa. Esperienze che hanno saputo inventarsi o reinventarsi (o almeno a provarci) nell’era del digitale.

In fondo è questo il grande tema: può un giornale ostinarsi alla mera presenza nelle edicole?

Ecco perché l’Unità fa un grande errore a smettere di pubblicare e contemporaneamente a “spegnere” il sito. L’aggiornamento delle notizie vale l’esistenza in vita. Valga piuttosto l’esempio di Europa quotidiano che in una situazione di complessità e difficolta, certo diverse, sta sperimentando senza tregua e senza risparmiare sforzi ne’ sacrifici.

L’Unità è – infine – anche il prodotto di una classe dirigente della sinistra che specialmente negli ultimi anni ha preferito ostracizzare che mettersi in discussione, la gestione di Claudio Sardo ha dato un profilo fortemente e volutamente identitario, ma evidentemente minoritario nelle edicole (e verrebbe da dire nelle urne). Un peccato perché la “sinistra” ha molto da dire e molto da ascoltare, specie se si pensa che appena due anni fa dava del fascistoide al futuro Segretario del proprio partito di riferimento, lo stesso a cui chiede oggi aiuto. Ironia della sorte, ma anche il duro insegnamento di quanto lo scollamento tra il sentire comune e un certo modo di etichettare, anche con durezza, l’idea dissenziente.

Oggi quel PD, quello di Renzi ha in mano una patata bollente che non ha creato, ma con la quale deve fare i conti: azionariato popolare, cooperativa giornalistica, una qualche forma di aiuto diretto (compatibile con la sacrosanta spending review del Partito) o quello di imprenditori (preferibilmente editori) e poi il rilancio a partire dalla mission datagli da Gramsci, la totale indipendenza (reciproca) tra PD e giornale, la capacità di raccogliere le vite e le esigenze di una società in crisi e dunque in trasformazione, con nuove esigenze e dunque nuove idee. Senza questo ripensamento non ci sarà Unità, ma noi siamo speranzosi tiferemo perché il giornale ritrovi se stesso e si faccia trovare, tanto nel digitale quanto il chiosco sotto casa.

Scritto da Lucandrea Massaro

Lucandrea Massaro

Classe 1980, studi in Storia e Scienze delle Religioni a Roma Tre. Giornalista professionista dal 2010, ha collaborato con Radio Rai per diversi anni. Democratico e maggioritarista ha collaborato col Comitato referendario contro il Porcellum. Ha scritto di politica su: Europa, Gazebos, Qdr e Ateniesi. Sogna un bipartitismo all’americana anche per l’Italia.