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Lo devo a Hannah Arendt

Lo devo a Hannah Arendt

Se penso al male, immagino un occhio ceruleo, vuoto, uno sguardo immediato e una pupilla felina. Qualcosa che non lascia spazio all’interpretazione; immagino un disarmo, un’evidenza aristotelica, una declinazione strana del qui e ora.
Penso a qualcosa di comprensibile perché materiale, e perdonatemi la contraddizione, assoluto perché banale.
C’è da intendersi bene; la grande intuizione l’ha avuta il cristianesimo quando ha voluto spiegare il male come schiavitù. Qualcosa che ha che fare con il recinto, il tracciato geometrico, la dimensione terrena, la prigione.
Il male assoluto, è invece, secondo la Arendt, tale nella misura in cui lo si compie senza consapevolezza, senza vederlo.
Vive nell’oggi. Senza prospettiva o ancor meno retrospettiva. Perché, Se infatti questa banalità dovesse confrontarsi con la memoria o ancora peggio con la speranza, si attiverebbe immediatamente nell’uomo-che-la-realizza quel processo di discernimento e quindi di giudizio che fa del male una scelta, un relativo.
Passato e futuro, memoria e speranza, sono infatti prospettive o punti di vista, parole usate da Agostino e Cartesio per raccontarci un uomo razionale, che distingue perché guarda da e a, travalica i limiti del qui e ora e si garantisce la pace sociale tramite un racconto corale, ovvero politico.
Da qui, comprensibilmente l’individuazione di due necessari presupposti volti all’effettivo esercizio critico: uno, spaziale, riassumibile in un punto di vista esterno che consenta di discernere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, il cosiddetto punto di Archimede.
L’altro, temporale, ossia l’esistenza di un passato e la possibilità di un futuro.

Infine, l’antidoto. La Arendt non si ferma certo a teorizzare il male e ad auspicare un diffuso senso critico nella popolazione umana. Va oltre, prova a dimostrare che è nella politica il miglior argine, nel condividere la decisione, nello stimolare il pensiero, perché solo la politica con i suoi linguaggi non scientifici è in grado di prospettare un domani difficilmente realizzabile ma comunque a portata, più che un’illusione un sogno e più che un inganno una tensione.

In un’opera più citata che compresa, la vita activa, la declina come antitetica alla violenza. Ne definisce lo spazio di azione, la polis:un infra abbastanza ampio da dividerci e non farci far la guerra, al contempo un mondo-in-comune che rimane tale fintanto che la decisione consegue al confronto di più prospettive. La scelta di governo quindi (la decisione), perdonate la banalità, non può che passare per dialoghi persuasivi e per la costruzione di rapporti di fiducia. Tradotto, i discorsi devono essere di prospettiva, ambire al futuro avvalendosi del passato: andatevi a rileggere, sembra dirci a un certo punto la Arendt, l’Orazione funebre di Tucidide, di Pericle e della sua Atene, degli eroi omerici, della loro memoria e del loro slancio sul domani. Questi eroi avevano un daimon, un altro da sé a metà tra l’umano e il divino un vero e proprio trampolino per le loro aspirazioni. E oggi, nel 2014, al posto dei demoni, tra il qui e l’oltre, tra l’oggi e il domani, abbiamo comunque un linguaggio simbolico, che però, perché Galileo e René non ci si rivoltino nella tomba, sia espressione dell’uomo animale razionale, sia quindi linguaggio politico, non religioso (/fideistico).

Solo nella politica insomma, questa è la sua soluzione, può vivere il pensiero alternativo. Il pensiero capace dell’infinitamente improbabile, eppure possibile.

Scritto da Benedetta Rinaldi Ferri

Benedetta Rinaldi Ferri

21 anni. Studio Giurisprudenza a Roma Tre. Democratica e militante. Ora e sempre #RomaNord.