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La terra della musica e i dilemmi degli enti lirici

La terra della musica e i dilemmi degli enti lirici

Se chiedessimo ai passanti: “Qual è, per lei, la terra della musica?” qualcuno risponderebbe Cuba. Altri, pensando alla classica, direbbero l’Austria, o l’Inghilterra per gli amanti del rock. Quasi a nessuno verrebbe in mente l’Italia. Invece, da quasi mille anni, la musica è un affare nostro.

Un monaco di Arezzo ha dato nomi ai suoni secondo la loro altezza, un trovatore di Padova gli ha dato una grafia secondo la loro durata. Uno scienziato veneziano, Zarlino, dedusse il sistema tonale dal fenomeno dei suoni armonici, mentre, a pochi canali di distanza, Monteverdi inventava l’orchestra. E veniva condannato da un certo Artusi nel libro Sulle imperfezioni della musica moderna. Era il 1603, ma certe lamentele non hanno età…

Nei secoli successivi si evolveva la tecnica degli strumenti ad arco, grazie al genio di Corelli, Vivaldi o Paganini, e degli strumenti a tastiera, con Scarlatti e Clementi. Il melodramma, principale passatempo della classe media fino all’avvento del cinema, ha sempre seguito la moda italiana. Persino il “grand opéra” francese deve molto a Rossini. Non molti sanno, poi, che nel secondo dopoguerra la Rai finanziava un avveniristico laboratorio, dove giovani maestri, come Berio, Nono e Maderna, facevano ricerche sulla musica elettronica e creavano, per dire, il primo loop.

Insomma, siamo stati quasi sempre in prima linea. Il lessico musicale è ancora oggi italiano: “adagio”, “presto”, “crescendo”, “pizzicato” sono parole usate dal Giappone all’Islanda, l’acclamazione “bravo!” si sente anche lontano dai concerti. E la musica leggera? In pochi paesi la canzone d’autore ha pervaso la vita del XX secolo come in Italia. E con che qualità, mi verrebbe da dire!

Ma soprattutto la musica è uno dei campi in cui fin da subito, e senza pensarci troppo, è stato usato con chiarezza il termine italiano. All’estero non si badava al fatto che un’opera fosse stata scritta a Napoli, a Venezia o a Firenze, sotto un viceré, un Doge o un granduca: era un’opera italiana, con quel fascino segreto che solo in Italia si riusciva a darle. Quando Rousseau scriveva la Lettera sulla musica francese, le contrapponeva la musica italiana come un tutt’uno, culturalmente omogeneo, anche se nel concreto la Francia era uno Stato e l’Italia una “mera espressione geografica”.

Chi sostiene la teoria dell’Italia come “sogno letterario”, legato a quattro poeti e ad una lingua che il popolo ignorava, dovrebbe ragionare meglio sulla musica, e ricordarsi che un’opera di Verdi riempiva i teatri in qualsiasi città d’Italia, dove le arie venivano subito memorizzate e poi cantate per settimane. Forse non dai contadini, ma dal ceto medio sì.

Proprio la lirica, però, è l’esempio di come i nostri tesori culturali siano spesso “dati per scontati”. Si suppone che saranno mantenuti ad ogni costo, con denaro pubblico, senza preoccuparsi di eliminare gli sprechi o di migliorare l’offerta. Come chiede la Legge Bray sul risanamento degli enti lirici (2013), che si può riassumere così: “Tu mi assicuri che non perderai mai più neanche un centesimo e io ti do la liquidità per ripartire”.

Prima che intervenisse questa legge, le perdite di molti teatri avevano dimensioni catastrofiche. Non ha giovato la trasformazione delle Fondazioni Lirico-Sinfoniche in enti di diritto privato (1996), che ha reso più facile trovare finanziatori privati (pochi) ma anche contrarre debiti (molti).

Il Teatro dell’Opera di Roma, per fare un esempio, riceve solo dal Comune 20 milioni all’anno (su un Fondo comunale per lo Spettacolo di 23) e tuttavia nel 2013 ha perso 13 milioni: con un debito che già ammonta a 30. Senza contare che dal 2009 ha perso oltre 50.000 spettatori. Nonostante l’arrivo di Riccardo Muti. Un’emorragia.

Non se la passavano meglio il Maggio Fiorentino, con 37 milioni di debiti, il “Carlo Felice” di Genova con 13, e avevano guai anche il “Massimo” di Palermo, il “San Carlo” di Napoli, il “Petruzzelli” di Bari, il Comunale di Bologna e il “Verdi” di Trieste.

“Certo”, dice qualcuno, “ma simili gioielli meritano spese così folli. L’Italia spende troppo poco per il suo patrimonio culturale!” Questa è la linea difensiva sulla quale si sono arroccati sovrintendenti, direttori, politici affamati di consenso, oltre ai soliti, immancabili sindacati. Che hanno mantenuto lo status quo per anni. Ancora oggi, alcuni di loro si rivoltano contro la legge Bray, con gesti al limite dell’imbarazzante, come la suggestiva Bohème alle Terme di Caracalla ostacolata dallo sciopero “rossobruno” dei pochi affiliati a Cgil e Fials, contro il parere di tutti gli altri orchestrali. Davanti agli occhi di 3000 spettatori, molti dei quali stranieri: un danno d’immagine clamoroso.

Atteggiamenti che si capirebbero, se questa linea difensiva rendesse davvero onore al patrimonio culturale. Purtroppo, invece, è il modo migliore per svilirlo.

Conservando l’esistente, si ammette che la lirica è in agonia, destinata al declino e alla marginalità, incapace di appassionare gli italiani del nuovo millennio. Che i suoi vecchi ammiratori si estingueranno un po’ alla volta, e rimarrà una spesa “di rappresentanza”, come il cannone del Gianicolo o il sacco di lana su cui siede il tesoriere inglese.

Se il pubblico potenziale di un’opera d’arte non coincide con l’Italia intera (o con l’umanità), quell’opera non si può annoverare nel nostro patrimonio culturale. Se invece il pubblico potenziale è così vasto, perché non andarselo a conquistare? Un’opera con una grande trama, una grande musica, una grande regia e grandi interpreti è uno spettacolo irresistibile, e chi crede di poter resistere semplicemente non ne ha mai vista una.

Già due “teatri virtuosi”, la Fenice di Venezia e il Regio di Torino, hanno trovato la loro strategia vincente per ridurre le spese e aumentare i ricavi. Cito quella della Fenice: ha un repertorio di otto evergreen, che ripete sempre con la stessa regia soprattutto per i turisti, e così copre le spese per le nuove produzioni più originali. Certo, non tutti hanno i turisti di Venezia, ma si possono condividere le spese per gli allestimenti, mandare gli spettacoli in streaming, organizzarne di più in luoghi insoliti e attraenti…cose che spesso non vengono fatte.

La legge è partita, i primi fondi stanno arrivando. Si riuscirà a cambiare passo?

Scritto da Il fantasma dell’opera

Il fantasma dell'opera

Catturato e torturato durante la Comune di Parigi, vive nei sotterranei di un teatro per nascondere al mondo il suo volto sfigurato. Ama suonare l’organo, travestirsi, far crollare i lampadari. Ma soprattutto ama Christine.