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La lotta per le risorse

La lotta per le risorse

Il conflitto in medio oriente ha una lettura diversa e parallela alla semplice contrapposizione di culture e religioni.

Da guerra di religione così come viene raccontata a guerra per le risorse primarie con il rischio di portare l’umanità in un futuro segnato da un oscurantismo violento e drammatico che l’occidente non ha conosciuto neanche nei più remoti tempi del primo Medioevo.

La chiave è quella è una nuova e forse ineludibile lotta per le risorse.

Se la guerra del Golfo e la successiva guerra in Iraq potevano essere inserite in una questione occidentale di interesse per il controllo delle risorse petrolifere e quindi del loro sfruttamento e del prezzo di contrattazione, oggi questo è praticamente superato.

Se osserviamo le dinamiche globali, tralasciando per un momento l’America Latina e l’India, l’Africa sta diventando una nuova terra di conquista della Cina per l’approvvigionamento di materie prime in un’ottica di fatto neocoloniale più insidiosa di quella occidentale di due secoli fa. In occidente, gli Stati Uniti, attraverso lo “shale gas” e, a partire da quest’anno, grazie alla rivoluzione dello “shale oil” – petrolio che, come il gas, si può estrarre con la tecnica della fratturazione profonda delle rocce – hanno saldamente conquistato il vertice della classifica dei produttori mondiali di greggio e gas naturale superando l’Arabia Saudita e lasciando alla Russia che non è al momento né una potenza industriale né finanziaria un ruolo marginale come player mondiale.

Forse proprio perché in presenza di una riduzione sostanziale dell’interesse strategico per l’occidente delle aree mediorientali, queste aree si stanno destabilizzando in un conflitto senza pari: Stati che si disintegrano e nuove realtà geografico- politiche che si stanno formando.

E’ una guerra che si combatte dai confini di Gaza alle porte di Baghdad e quindi dal mediterraneo, passando per Turchia, Egitto, Iran e Monarchie Arabe del Golfo.

Al centro dei conflitti che stanno ridisegnando le mappe geopolitiche, con il corollario dei conflitti religiosi tra sunniti e sciiti, c’e’ il controllo delle risorse.

Per quanto riguarda il petrolio, il nuovo Califfato dell’Iraq e del Levante (l’ISIL per intenderci) si sta mostrando abile petroliere: capacità che mancava ai Sunniti iracheni per la spartizione delle risorse mesopotamiche con i Curdi e gli Sciiti.

Nella Siria occupata, il nuovo califfo Abubakr Al Bghdadi, che combatteva al fianco di Al Queda contro Assad, controlla ora i giacimenti di Deir Ez Zhor ed è in trattativa con la compagnia di stato Siriana Al Forquan per la manutenzione dei pozzi stessi (!). Il Califfo, con le sue autocisterne, esporta il petrolio al mercato nero a metà prezzo al barile (c.a. 50$) guadagnando personalmente, si stima, un milione di dollari al giorno.

I curdi iracheni non sono da meno. Nell’ottica della indipendenza politica, ormai di fatto, oltre ai pozzi di Kirkuk, hanno sottratto all’Iraq l’area di Bai Hassan che porta in cascina circa 500.000 barili al giorno di estrazione.

Ma il Medio Oriente non è solo petrolio. Ed è qui che emerge la drammaticità del conflitto etnico e religioso che sta devastando la regione.

Per bere e mangiare occorre controllare fiumi, dighe, canali, centrali elettriche.

I due grandi fiumi mediorientali, il Tigri e L’Eufrate, sono nel mirino a nord dell’ISIL. La Siria e L’ Iraq dipendono da questo bacino per l’agricoltura e l’industria. Ed è per questo che, nel breve periodo, l’acqua sta diventando un bottino di guerra importante più del petrolio.

Nel lungo periodo è certo che chi controllerà le risorse idriche potrà gestire il potere in un immensa area precipitata in un oscuro e violento medioevo imperante nel XXI secolo.

Attualmente quel che resta dell’esercito iracheno sta difendendo con le unghie e con i denti la diga di Haitha. Se l’ISIL la conquistasse potrebbe letteralmente spegnere la luce a Baghdad, preludio per un attacco risolutivo e devastante per la popolazione residente.

Già l’ISIL, occupando la diga sull’Eufrate vicino a Falluja, sta lasciando senz’acqua milioni di persone a Kerbala, Najaf, Hilla, Nassiriya con la conseguente migrazione di intere popolazioni verso confini ormai inesistenti alla ricerca di speranza e salvezza.

I Curdi, nella loro dimensione indipendentista, hanno deviato le acque di Mosul mentre i Turchi hanno bloccato il flusso idrico verso il lago Assad, il più grande bacino siriano di acqua potabile, riducendo alla sete la città Aleppo.

Ciò che è evidente, è che, come conseguenza di questa sbilenca Jihad, milioni persone dovranno sopravvivere tra stenti e sofferenze, senza patria, stabilità, certezze, sogni; altre moriranno – uomini, donne, bambini, – in uno scenario di guerra continua e perpetua che avrà come etichetta la religione e come carburante la creazione di ricchezza ed agio nelle mani di pochi Califfi e loro famiglie, Caste Religiose, Capitribù.

Questi scenari, queste previsioni, possono essere cambiate solo da un’Europa forte e da un’Italia che si chiarisca definitivamente la distinzione tra scopi e mezzi. Un’Europa che non abbia vergogna ad affermare quali siano gli interessi reali e che non si limiti a modeste iniziative, seppur importanti, di carità internazionale.

Scritto da Marcello De Sanctis

Marcello De Sanctis

Patriota e Democratico, è dottore in economia e lavora come “professional” in una major multinazionale petrolifera.