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La linea rossa del test Invalsi

La linea rossa del test Invalsi

 

INVALSI

 

Visto il grafico su riportato? Rappresenta una sintesi dei risultati delle prove Invalsi 2014 sulle competenze in italiano degli alunni di cinque classi (liv. 2 = II elementare; liv. 5 = V elementare; liv. 8 = III media; liv. 10 II superiore), disegnando le differenze dei livelli di apprendimento per macroaree (Nord Ovest; Nord Est; Centro; Sud; Isole). La linea rossa è la media nazionale. Le linee azzurre a sinistra, sopra la linea rossa, raffigurano il differenziale rispetto alla media stabilito dalle regioni del Centro-Nord; quelle a destra, sotto la linea rossa, lo stesso parametro, ma in negativo, delle regioni del Sud e delle Isole. Insomma, l’immagine fotografa due Italie, non una. “Una, fondata sul lavoro”, ma non proprio sull’unità linguistica e culturale.

E non abbiamo visto le rilevazioni relative alla matematica, per non infierire e per assecondare una spesso decantata vocazione italica alle materie umanistiche (per chi non lo sapesse le prove vertono solo su italiano e matematica). Ci siamo fermati alla lingua, fattore di unità nazionale, elemento fondamentale della riuscita professionale e sociale dei giovani diplomati. Quella lingua che, come diceva Lorenzo Milani, “fa eguali”.

È vero: i risultati complessivi stanno timidamente migliorando – forse perché aumenta la confidenza con questo sistema oggettivo di valutazione? – ma interrogano ancora molto la politica. Il grafico dice è che i nostri ragazzi partono dallo stesso livello alle scuole primarie, ma raggiungono punti di arrivo molto diversi in una fase avanzata del percorso d’istruzione. Infatti, ci sono differenze regionali non significative tra i livelli di apprendimento nella II elementare, ma in seguito, alle medie, la forbice tra macroaree di Nord e Sud-Isole raggiunge la massima apertura, che si riduce alle superiori. Insomma, la scuola italiana, in particolare quella media, allo stato attuale, contribuisce a produrre disuguaglianza sociale, è un fattore di coesione più debole che in passato, anche in ambito linguistico.

Ci sono altri dettagli significativi qui trascurati nei dati Invalsi (il peso della regione Campania al Sud, il fenomeno del cheating, il peso della matematica) ma questo è un discorso che volutamente concentra l’attenzione solo sul macrodato geografico. È facile rintracciare i responsabili di questa situazione nei noti fattori di ordine economico, sociale e culturale che derivano da una mai conclusa questione meridionale. Però nei fatti c’è anche una scuola debole fattore di mobilità sociale e culturale.

Inutile drammatizzare. Come attenuante, in particolare per la lingua italiana, probabilmente si può richiamare anche una questione di metodo didattico: infatti, le prove Invalsi testano le competenze degli alunni, ma sulla didattica per competenze, purtroppo, siamo forse un po’ indietro (ma non tutti in modo omogeneo, evidentemente). Aldilà della genesi del problema, rimane però una richiesta di soluzioni. Anche chi per principio è contrario alla valutazione nella scuola può anche non apprezzare quella che è una misurazione degli apprendimenti, mai stata degli insegnanti, ma non può ignorare la fotografia restituita da una rilevazione oggettiva, condotta con metodo scientifico, continuando a difendere il sistema scolastico attuale, perché significa difendere un sistema non equo.

È lo stesso rapporto Invalsi a dichiarare davanti al dato dipinto nel grafico di apertura che bisognerebbe concentrare nelle regioni con i risultati più deludenti gli interventi di politica scolastica più consistenti. Nessuna punizione, ma anzi un aiuto per migliorare. Come è stato, anche sul piano economico, in un recente passato (cfr. DL 104/2013), quando scuole legate a un contesto socioeconomico svantaggiato, e che avevano fatto registrare cattivi risultati, sono state destinatarie di finanziamenti specifici.

C’è da chiedersi poi perché una normativa nazionale in materia scolastica – che riguarda assunzione di docenti, funzionamento della complessa macchina organizzativa degli istituti, indicazioni di programma, etc. – nel centro-Nord funzioni e nell’area Sud-Isole no, pure al netto della tara storica su richiamata. Non sarà forse tempo di responsabilizzare maggiormente le scuole locali, inserendole in un discorso di decentralizzazione dell’istruzione ancora aperto?

Aiuti centrali, soluzioni locali: chissà che non possano essere questi due elementi un nuovo motore di unità, per avere, in grafici come il nostro, solo una decisa linea rossa.

Scritto da Manuela Sammarco

Manuela Sammarco

Docente di lettere alle superiori. Democratica di lunga data. Pubblicista