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La difesa della patria passa anche dalla Protezione Civile

La difesa della patria passa anche dalla Protezione Civile

Il 9 ottobre un’alluvione colpiva Genova per l’ennesima volta. Centinaia di millimetri di pioggia facevano esondare il Bisagno e gli altri torrenti tristemente famosi per aver causato morti e distruzione già nel ’92 nel ’93, nel 2010 e nel 2011 per rimanere agli ultimi vent’anni.
E poi si sono succeduti giorni di lavoro intenso per i soccorritori tra cui i famosi e giustamente celebrati angeli del fango. Giorni caratterizzati da tante polemiche, discussioni, interviste e talk show, di belle testimonianze e di gaffe assortite.

L’immagine è stata quella di un quadro triste, complesso, retrogrado.

Proviamo però a parlare di Protezione civile, cioè un sistema. Anche se non tutti, compresi alcuni operatori dell’informazione, sanno cosa sia. Un sistema che nasce quasi spontaneamente dopo la terribile esperienza dei soccorsi scattati dopo il terremoto che colpì l’Irpinia il 23 novembre del 1981. Esperienza in cui i primi aiuti per alcuni paesini arrivarono anche diversi giorni dopo l’evento e per cui il Mattino coniò uno dei titoli più importanti della storia del giornalismo italiano :“FATE PRESTO” a caratteri cubitali. Un grido disperato. Un sistema che cominciò ad organizzarsi grazie all’impulso del Presidente Pertini e per opera di Giuseppe Zamberletti e tanti altri funzionari, volontari, donne e uomini che ci misero tutto l’impegno di una vita.

Un sistema che è cresciuto e che negli ultimi anni a fronte di prove di efficienza e organizzazione s’è visto additato come un sistema corrotto, corruttore, addirittura libertino. E invece è un sistema che comprende oltre al Dipartimento della Protezione civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri guidato dal Prefetto Franco Gabrielli, le componenti cioè le regioni, le province e i comuni di tutti i tipi, anche le città metropolitane e tutte le prefetture e quelle che vengono chiamate “strutture operative” cioè i Vigili del Fuoco, le grandi organizzazioni di volontariato nazionale, le migliaia associazioni comunali e regionali, le forze armate, le forze dell’ordine, i centri di competenza, come l’INGV o il CNR o le grandi società di servizi essenziali come Ferrovie dello stato, Alitalia, ENEL, le società di telefonia. Realtà che un minuto dopo aver ricevuto la prima notizia di una calamità si mettono intorno ad un tavolo, formando quel Comitato operativo che guida le operazioni nelle emergenze nazionali.

Questo sistema in questi anni è stato penalizzato. Il presunto scandalo scoppiato negli ultimi mesi in cui Guido Bertolaso era a capo del Dipartimento nazionale ha portato a cambiare radicalmente la disponibilità dello stato nei confronti della protezione civile. Partendo dal presupposto giusto di delimitare meglio le competenze e di correggere il ricorso continuo alla decretazione d’emergenza si è passati ad un controllo sempre più forte tale da rendere l’intervento nelle emergenze e le attività di previsione e prevenzione ancora più difficili. Le modalità di trasferimento di fondi per le emergenze e per il fondo di protezione civile si sono assottigliate sempre più.

Si è andati quindi a indebolire un sistema che si poteva annoverare tra i fiori all’occhiello del nostro paese. Un sistema studiato e imitato dagli altri partner del Meccanismo europeo di Protezione civile, che ha offerto nelle prime emergenze degli esempi di efficienza, rapidità, efficacia in diverse grandi calamità avvalendosi di una realtà forte, il volontariato di protezione civile presente in quasi tutti i comuni d’Italia.

E non si tratta solo delle Misericordie, o della Croce Rossa o dell’Anpas ma di tutte quelle piccole associazioni comunali in cui molti cittadini sono impegnati quotidianamente.

La risposta all’emergenza ottimale la si fa con queste persone, con questa organizzazione. Che oltre ad avere la passione, il cuore, il coraggio, ha le capacità operative, organizzative e di coordinamento.
Detto questo non bisogna distogliere neanche per un attimo l’attenzione dai ragazzi di Genova o di altre parti d’Italia che spontaneamente si mettono a disposizione. Ma un paese moderno deve sapersi difendere e proteggere con efficacia. Ci vuole organizzazione, coordinamento, e quella che molti chiamano accountability, che è presa di coscienza e responsabilità nei confronti delle istituzioni e dei cittadini.

E ci vuole collaborazione. Non tutti ricordano che secondo la legge 225 del 1992 che ha istituito il servizio nazionale è il sindaco la prima autorità di protezione civile. E’ il primo cittadino che appronta il piano d’emergenza comunale, che si interfaccia con i cittadini e con le altre istituzioni compreso il Dipartimento nazionale in caso di evento calamitoso. E il caso della zona rossa del Vesuvio e dei Campi Flegrei sono esempi di sinergia che funziona e che tutti devono sapere che esiste.

Si deve tener conto che si può costruire un paese moderno anche sapendolo proteggere. E tutto questo passa attraverso le opere su cui oltre agli enti locali e al Dipartimento ci sta lavorando la struttura di missione di Palazzo Chigi guidata da Erasmo D’Angelis, ma passa attraverso una protezione civile partecipata, coordinata e che abbia le risorse e il sostegno necessari da parte del governo e delle forze politiche.

Quanto pubblicato corrisponde alle opinioni personali dello scrivente e non del Dipartimento della Protezione civile.

Scritto da Gianluca Garro

Gianluca Garro

Classe 78. Giornalista. Addetto stampa al Dipartimento della Protezione civile. Alle prese con emergenze piccole e grandi. Prima ancora a Palazzo Chigi con Romano Prodi, che giustamente lo prende spesso in giro. La comunicazione in specie quella politica e istituzionale nella mente, tutti i giorni.