•  
  •  
Jobs act: alcuni punti critici

Jobs act: alcuni punti critici

I recenti interventi che riguardano, sotto più profili, il mercato del lavoro, sono tre: la legge – delega n. 183 del 2014 (il c.d. Jobs Act) e i due schemi di decreti legislativi che, ad oggi, non sono ancora atti aventi forza di legge perché attualmente all’esame delle Commissioni parlamentari competenti.

È opportuno soffermarsi su alcuni tecnicismi. In base all’art. 76 della Costituzione, la legge – delega è una legge con la quale il Parlamento, all’esito del dibattito, delega il Governo ad emanare decreti legislativi in base ai “principi e criteri direttivi” nella medesima contenuti. Nel caso del Jobs Act, in nome del decisionismo che caratterizza l’azione di questo Governo, e, purtroppo, in linea con il passato, la legge – delega è stata scritta dal Governo, dallo stesso sottoposta alle Camere e da queste approvata praticamente senza dibattito. Ma tant’è: il Governo, sul punto, non ha cambiato verso perché ha delegato se stesso a dettare norme di riforma del mercato del lavoro.

Ci si deve chiedere se almeno le disposizioni della legge – delega e le regole contenute negli schemi di decreto ad oggi esistenti (contratto di lavoro a tutele crescenti e ammortizzatori sociali) rappresentino il cambio verso da tutti auspicato.

Ebbene, non si può fare a meno di registrare la continuità di questo progetto di riforma del diritto del lavoro rispetto al passato. Ed infatti, deposte le armi sull’opportunità costituzionale di una legge – delega scritta dal Governo e sottratta alla dialettica parlamentare, il Jobs Act, a dire di molti, continua erroneamente a credere che la rigidità del diritto del lavoro costituisca un ostacolo alla creazione dell’occupazione. Questa convinzione, ormai abbandonata dai più, è accompagnata dall’altro assunto, parimenti infondato, secondo cui le imprese italiane non crescono oltre i 15 dipendenti per non applicare l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Tuttavia, il problema del nostro mercato del lavoro non è la rigidità, ma la inderogabilità e la uniformità su tutto il territorio nazionale delle regole che lo governano.

Il moderno diritto del lavoro nasce, infatti, dall’esigenza di compensare la debolezza contrattuale del lavoratore con un sistema di regole minime, uguali per tutti e non derogabili dal contratto individuale di lavoro (diverso e più complesso è il rapporto tra legge e contratto collettivo stipulato dai sindacati). Questo, per evitare che, come avvenuto in passato, il lavoratore sia spinto ad accettare le condizioni lavorative più degradanti pur di sopravvivere. Avere, oggi, un mercato del lavoro pressoché fermo ad una disciplina tarata su un contesto socio – economico non più esistente è, quantomeno, fuori dalla storia, oltre che generatore di una grande incertezza.

Ci si sarebbe quindi aspettati che il Governo immaginasse di utilizzare la delega per prendere il diritto del lavoro, purificarlo degli elementi ormai desueti e attuare una vera e propria rivoluzione. Sarebbe stato auspicabile un cambio verso che rendesse possibile la partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa, come pure la nostra Costituzione prevede. Questo avrebbe sortito l’effetto di responsabilizzare i lavoratori che, insieme al titolare dell’impresa, avrebbero così partecipato agli utili e alle perdite aziendali concorrendo alle scelte strategiche dell’impresa, con ogni beneficio che ne sarebbe conseguito sul piano della produttività (altro reale problema irrisolto).

Di contro, il Governo ha pensato di attuare la delega con uno schema di decreto sulla riforma degli ammortizzatori sociali e con quello sul contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti.

Sui primi, si continua a tendere verso un sistema di flexsecurity che, almeno in Italia, non genera che spreco di finanze pubbliche. Ne manca, infatti, il presupposto indefettibile: la piena occupazione. La flexsecurity è un sistema che prende chi ha perso il lavoro, ne sostiene il reddito e ne cura la formazione, all’esito della quale il soggetto è reso occupabile e pronto per essere riallocato presso un altro datore di lavoro. Se manca chi assume, però, l’aver reso occupabile quella persona si risolve in uno spreco di soldi.

Quanto allo schema di decreto sul contratto a tutele crescenti, l’unica cosa che cresce col passare del tempo è la misura dell’indennità in caso di licenziamento. Purtroppo, dietro a questo nuovo contratto (che di nuovo ha davvero poco) si nasconde la riforma dell’art. 18 basata non sul testo della riforma Fornero ma sull’interpretazione fornita ai punti più controversi della riforma Fornero stessa. E, visto che il nuovo testo dovrebbe applicarsi ai soli nuovi assunti, l’attuale testo dello schema di decreto crea il rischio di applicare regimi diversi non solo nella stessa azienda (tra licenziati secondo il vecchio art. 18 e licenziati in base al nuovo testo) ma, in caso di licenziamento collettivo (più di 5 dipendenti in 120 giorni), addirittura in seno allo stesso licenziamento.

È lecito domandarsi qual è la finalità perseguita dal Governo. Se lo scopo è quello di spingere le imprese italiane a crescere, sarebbe bastato elevare la soglia di applicazione dell’art. 18 da 15 a, numero a caso, 60 dipendenti.

Ad ogni modo, per ora, i decreti attuativi sono solo schemi. Speriamo vengano profondamente modificati. Al contrario, la vera sfida del Governo sarà tradurli in inglese.

Scritto da Andrea Croce

Andrea Croce

27 enne, dottorando di ricerca in Diritto del Lavoro, cerca di diventare avvocato. Da sempre democratico, ha partecipato alla campagna referendaria contro il Porcellum.