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Italia: per il futuro serve una (inter)Nazionale

Italia: per il futuro serve una (inter)Nazionale

Siamo fuori dal Mondiale, torniamo a casa. Un patriota non può che soffrirne, ovviamente. Compito nostro è anche quello di capire come risollevarci, affinché questa umiliazione non si ripeta. Così scopriamo che la ricetta per il calcio italiano non è poi tanto diversa da quella che serve al Paese nel suo complesso.

Esaminando le ragioni della sconfitta, ora come in passato, gli osservatori finiranno col dare la colpa per la scarsa qualità della nostra Nazionale ai troppi stranieri della Serie A, ci scommetto. Peccato che prima di lanciare stupidaggini vagamente xenofobe, nessuno si prenda la briga di vedere quello che avviene nelle nazionali che vincono nel mondo reale, per prenderle a modello. Guardando i numeri delle prime nei gironi eliminatori, solo un dato appare chiaro e limpido: nel calcio, come nell’economia, non vince chi chiude i suoi cancelli, ma al contrario chi si apre, chi importa e (soprattutto) esporta talenti, chi attrae investimenti da altre nazioni e punta sulla competizione internazionale di qualità. L’unico modo per tornare ad avere una Nazionale vincente è superare, nel calcio e nel Paese, l’Italia chiusa, impaurita, provinciale di questi anni.

Le squadre di successo sono quelle i cui componenti si sono messi in evidenza all’estero. Il Brasile (vincitore del gruppo A) ha 19 calciatori che non giocano nel Paese d’origine, e un allenatore che ha lavorato in 3 continenti diversi: quello dell’Olanda (gruppo B) ha allenato in 3 campionati europei, e da luglio arriverà nel quarto, ma intanto si gode una rosa con 13 giocatori di squadre estere, uno in meno dell’orgogliosissima Francia (E), guidata da un selezionatore che è stato in “soli” 2 paesi da allenatore, e 4 da giocatore. La Colombia (C) e il Costa Rica (D) hanno un allenatore straniero, e rispettivamente 20 e 14 emigrati; l’Argentina (F) fa cifra tonda con 20, appena uno in meno del Belgio (H). Non c’è squadra, tra le “potenze” del calcio, che non sia una (inter)nazionale, un network interconnesso di esperienze e giovani talenti che somigliano a startup: il successo non passa per il protezionismo, l’“italianità” delle imprese, le frontiere chiuse in entrata, ma esattamente dal verso opposto. Vince chi compete all’estero, non chi difende l’esistente.

La Germania (G) ha solo 7 emigrati, ma anche lei è prima di tutto (inter)nazionale: il calciatore tedesco che ha segnato di più nella storia dei Mondiali è un polacco (!), e in campo ci sono sì figli germanici, ma anche turchi, albanesi, ghanesi, arabi.

L’Italia, invece, si è presentata in Brasile con 3 emigrati (tutti riserve). In questi anni, mentre il mondo correva verso il melting pot calcistico, abbiamo esportato bufale, non certo DOP: a Manchester ricordano Balotelli solo per le bambinate fuori dal campo, a Madrid Cassano era “el gordo” (ciccione), quelli del Liverpool hanno mandato via Aquilani per disperazione, i tedeschi del Wolfsburg non hanno certo ancora negli occhi le prodezze di Barzagli. Appena i calciatori mettono il naso oltre i nostri confini, la storia è molto spesso lineare: opinionisti e commentatori lamentano da veri provinciali un campionato che non è più “dei talenti italiani”. La fine di quelle storie, però, è che i “talenti”, spesso, tornano da mamma tra gli sberleffi di quelli che li avevano comprati, dopo mesi disastrosi alle prese con culture calcistiche che non riescono a capire, che li farebbero correre troppo, e nate in paesi di cui non capiscono la lingua. Se all’estero finiscono per tenersi qualcuno, perché invece di diventare una macchietta fa il suo lavoro, questi finisce nel dimenticatoio del nostro ct di turno (ad esempio Prandelli, nazioni in cui ha lavorato: 1, ovviamente), troppo impegnato a chiamare impiegati della provincia strapaesana. Se si perde, tanto, in campo e fuori si può sempre dare la colpa all’arbitro o all’Europa, piuttosto che ai propri fallimenti.

Il futuro dell’Italia, insomma, passa per la sua capacità di competere a livello internazionale. Possiamo e dobbiamo farcela: se abbiamo imparato qualcosa nelle ultime settimane, è sicuramente che, quando vogliamo, sappiamo far emergere fuoriclasse in grado di mettersi in luce anche all’estero, che sia in un campionato di calcio oppure in un’elezione europea.

Scritto da Claudio Alberti

Claudio Alberti

Consulente di comunicazione, insegna progettazione e comunicazione multimediale a Roma. Ha collaborato con la cattedra di Storia della radio e della televisione dell’Università Roma 3.