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Italia-Inghilterra, comincia il nostro Mondiale

Italia-Inghilterra, comincia il nostro Mondiale

Ogni 4 anni il mondo viene rapito dai mondiali. Quest’anno si svolge in Brasile terra definita la “patria del calcio”, anche se il calcio fu inventato in Inghilterra. Proprio l’Inghilterra contro la quale inizia il percorso degli azzurri. Dunque Italia-Inghilterra. Sono andato a guardare la partita al Casale vicino a casa. Era attrezzato per l’occasione. Per i giovani, le partite della nazionale si guardano in gruppo. Così ci si diverte insieme come fosse allo stadio. C’è uno schermo gigante. Ci sono le bandiere. Il frigo sicuramente pieno di birre. Nella sala una ventina di ragazzi trequarti maschi e un quarto femmine. Anche se è la proiezione è aperta al pubblica, la mia “intrusione” ha destato sorpresa. Vuoi per la mia età, vuoi per la mia configurazione fenotipica. Il tempo di salutare, di chiedere a uno di loro se potevo guardare la partita con loro. Accomodati. E’ accoglienza. Mi siedo e un ragazzo mi chiede se voglio la birra. No grazie, non vorrei che mi aveste sulla coscienza.

Parte l’inno di Mameli. Tutti in piedi a cantare. E anch’io in piedi a cantare. E i ragazzi hanno capito: sono uno di loro. Un primo dialogo con il ragazzo che mi siede vicino sulla formazione. Prandelli ha scelto un modulo base 4-5-1 ma flessibile a secondo che si attacchi o si difenda o naturalmente della posizione del pallone nelle zone del campo. Per com’è il calcio italiano questa è un’innovazione che però non sacrifica la tradizione. La mia approvazione per la regia a 3, con Pirlo e De Rossi e il giovane Verratti.  Il team schierato è ottimo. Faccio solo notare che avrei dato una chance anche a Lorenzo Insigne che, a mio parere, è il vero erede di Roberto Baggio. Un talento che, se gli si darà fiducia, salirà sul palcoscenico del mondo. Lo dico non da tifoso di una squadra. Non tifo Napoli sono maledettamente giallorosso dentro. Ma al di là dei colori della maglia sono un cultore del bel gioco, e mi emoziona un gesto tecnico elegante, un passaggio filtrante capace di dribblare tutta una difesa. Ma va bene così, ci saranno altre partite.

Prandelli ha fatto delle scelte non scontate. Un centrocampo a 5 di cui 3 registi Pirlo, De Rossi e Verratti è un’opzione perfetta per un gioco che punta sulla bellezza ma anche sulla concretezza. D’altronde in una partita come questa il possesso di palla diventa una tattica fondamentale. Perché c’è la variabile meteo che impone la gestione delle energie fisiche. Perché gli avversari hanno un gioco “maschio” con giocatori di qualità che hanno tecnica, corsa e velocità. Insomma  meglio tenere la palla. Così puoi dettare ritmi e tempi di gioco. Ok 3 registi per più registri di gioco. Pirlo e Verratti non danno riferimenti agli avversari e De Rossi baricentro basso vigila e nella manovra sia in fase offensiva che in fase difensiva. Sembra questa la cifra del gioco pirandelliano. Se Hobson dovesse optare per una marcatura a uomo su Pirlo, c’è Verratti che dirige mentre Pirlo con un gioco senza palla confonde la disposizione avversaria. Poi Daniele De Rossi. Er capitan futuro. Un nome una garanzia. Accanto al trio magico due centrocampisti di incursione, Candreva e Marchisio, che possono attaccare nei corridoi e difendere le fasce con una prima diga. Si sa gli inglesi passano sempre dalle fasce per crossare e sfruttare il gioco aereo. Davanti come c’è lui: Mario Balotelli, unica punta che aspetta ad essere messo nelle condizioni di far male.

Inizia la partita. Gli inglesi iniziano a mille all’ora. Fanno un calcio totale a ritmi sostenuti. Ma si intuisce che non potranno reggere con questo ritmo fino alla fine. Passano mezzora durante la quale gli inglesi a momenti ci hanno davvero spaventato. Qualcosa abbiamo anche rischiato. Paletta non è in palla. Chiellini incerto nel tenere la fascia. Poi ci sono loro Gerrard, Rooney, Sturridge, Sterling soprattutto quest’ultimo scatenato come un fenomeno. Ma l’Italia c’è, il dispositivo tattico è funzionale al possesso palla. La partita è equilibrata e mai noiosa. Poi al 35° minuto un calcio d’angolo. Un cross in area? No, gli inglesi sono famoso per la loro bravura nel gioco aereo. Allora? Allora sì c’è uno schema per un tiro da fuori area. Darmian passa a Verratti che cerca Pirlo il quale arriva incontro sul primo palo ma pressato fa il velo per Marchisio che controlla e lascia un razzo a filo d’erba da una ventina di metri sull’incrocio del secondo palo. L’Italia va in vantaggio. Boato nella sala, bandiere che sventolano. Le bandiere. I colori e le gioie di un popolo.

Gli inglesi reagiscono subito e nel giro di un paio di minuti pareggiano con un’azione corale veloce. Ecco sedato il nostro entusiasmo nella sala. Qualche recriminazione ai difensori colpevoli. Verso la fine del primo tempo la giocato geniale di Balotelli salvataggio sulla linea di Baines. Finisce il primo tempo, si va al riposo. Secondo tempo con qualche cambio. Verratti viene sostituito, al suo posto Prandelli mette Thiago Motta. Proprio lui l’italo-brasiliano, per dare forza ed energie fisiche ma anche tecniche. Non ha la vivacità di Verratti ma ha i piedi buoni ed è piazzato fisicamente. Gli standard non cambiano. L’Italia continua a giocare bene. Al netto di Paletta, c’è precisione e sicurezza. Poi su una ripartenza arriva il gol della vittoria. Firma Balotelli, simbolo della nuova patria. Il bello è che Mario ha segnato contro gli inglesi. Quanto basta per capire che la partita doveva essere nostra. Alla fine l’Italia vince la sua prima dei mondiali. Tutti fieri ed orgogliosi. Infatti, i mondiali sono l’appuntamento che dà senso alla parola patriottismo. Anche coloro che non seguono il calcio tifano per gli azzurri. Si riscopre il senso di appartenenza o la membership ad una comunità. Quel che gli azzurri possono raffigurare non lo si vede spesso fuori dal calcio.

Certo, che lo sport è bellezza. Il calcio più di ogni altro. Ma accanto alla bellezza, i mondiali ci riportano sempre di fronte ad altre realtà, giocate su altri campi. Ci sono le contestazioni, c’è la vertenza dei lavoratori, le denunce dei contrasti tra la ricchezza del mondo del pallone e le miserie sociali degli esclusi in Brasile e altrove. Resta comunque il tema del calcio e delle sue metamorfosi. Il calcio lo sport universale per eccellenza. Simbolo della mondializzazione. Teatro del cosmopolitismo. Salvo qualche piccola eccezione, il calcio è quasi dappertutto uno sport nazionale. Per non dire lo sport nazionale della stragrande maggioranza dei paesi. Che sia a livello professionistico o a livello amatoriale, il pallone mobilita, nobilita e generando sogni e passioni. E in certi paesi come l’Italia, Il calcio ci accompagna ogni giorno della vita. La sua presenza è persino pervasiva. Basti pensare che le partite per gli appassionati durano un tempo infinito. Oltre i 90 minuti giocati. Se ne parla nei giornali, nelle radio, nelle tv, ma anche al bar, al lavoro, in casa e nelle parrocchie. Siamo tutti nel pallone, uomini e donne, giovani e anziani tutti lo “praticano” anche se non direttamente con i piedi; tutti lo frequentano senza bisogno di avere la tessera del tifoso. Un vero e proprio fatto sociale totale.

Un mondo, quello del calcio, che muove interessi di varia natura economica, politica e sociale. Dal punto di vista economico si è strutturato come un vero settore, appunto l’industria del calcio con le sue società, i suoi mercati, le sue transazioni commerciali, il merchandising dei suoi marchi di produzioni, i suoi grandi eventi, il suo mercato pubblicitario e i suoi diritti di trasmissioni, le sue internazionalizzazioni. Il calcio muove un business miliardario, anche se non democraticamente ripartito. Appunto democrazia! un concetto che applicato al mondo del calcio si dissolve nella ormai consolidata modernità, con le sue pulsioni contraddittorie e i suoi paradossi i quali hanno determinato la strutturazione di una vera piramide sociale.

E’ vero il calcio vanta un’accessibilità totale offrendo la possibilità di un divertimento per tutti, un pallone a-portata-di-piede senza distinzione di classi sociali, di etnie, di religione e persino di genere. Tuttavia conserva anche una certa esclusività soprattutto nel campo del professionismo. Quella punta della piramide che rappresenta i potentati di una nobiltà ricca e famosa adulata da una plebe asservita e sognatrice che è la base. Ci sarebbe da fare un discorso lunghissimo sugli aspetti cosidetti antidemocratici, lo sfruttamento e la tratta di giovani talenti oppure il razzismo e la violenza negli stadi con i vari ultras e hooligans. Poi c’è anche il discorso della politicizzazione dei tifosi, con le loro class action, le loro prove e lotte di potere. Certo tutte cose lontane dallo spirito sportivo e dei valori etici dell’olimpismo. Però ci sono i mondiali, emblema di un olimpismo modernizzato, con tanto di luci ed ombre, che ci consegna un calcio diversamente strutturato per unire i popoli nella festa di uno sport, il calcio. Mi sa che Dio allora come noi ama il Pallone.

Scritto da Aly Baba Faye

Aly Baba Faye

Nato a Rufisque (Senegal), vive in Italia da 30 anni, è sposato con una donna italiana e ha 3 figli. Sociologo, esperto di politica dell’immigrazione è stato tra i pionieri del movimento antirazzista e per i diritti degli immigrati in Italia. E’ pubblicista e collabora con diverse riviste a livello nazionale e internazionale.