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Immaginare il futuro dello sviluppo economico del nostro Paese

Immaginare il futuro dello sviluppo economico del nostro Paese

Sostenere che il nostro paese è rimasto indietro di 30 anni in riferimento al possibile sviluppo economico, e’ di palmare evidenza.
Noi però abbiamo il compito di immaginare il futuro e far nostra l’idea che il futuro sia solo l’inizio e quindi avere come obiettivo, nei prossimi 10 anni, di colmare questa distanza.
Ritengo che il nostro paese abbia scontato anche e, soprattutto, culturalmente il deficit dimensionale del “fare impresa”.

Ci hanno raccontato, inculcato, convinto che “piccolo è bello”, che la spina dorsale dell’economia della nazione doveva essere la piccola e media impresa, che solo la piccola e media impresa era in grado di essere duttile, elastica, attenta, pronta a cogliere le opportunità dei mercati, di inventarne di nuovi all’occorrenza, di essere creativa. Le motivazioni politiche e/o sociali di tale racconto in questo momento non ci interessano. Rammentiamo che la p.m.i., così come la conosciamo oggi, sorge dai conflitti degli anni ’70 del XX secolo. Come ricorda Giuseppe de Rita, il decennio della crisi e del terrorismo ha comportato, in maniera silenziosa e, ritengo io, stupefacente, una esplosione del piccolo e medio tessuto industriale, tanto che nel decennio delle due crisi petrolifere, del terrorismo, dell’inflazione e di un rallentamento della produzione industriale delle grandi imprese, Il PIL ebbe un aumento significativo. Gia’ nel censimento del 1980, dalle viste aree del territorio nazionale, era chiaramente visibile la realizzazione estesa di capannoni industriali e depositi, nel centro – nord del paese ma anche in zone del centro sud, come in Abruzzo e Puglia, rispetto ad analoghe immagini aree ritratte del 1969-70. Il successivo sviluppo industriale negli anni ‘80 e ‘90, e la nascita di “distretti industriali “ era considerata la garanzia della coesistenza di imprese simili, ma diverse, complementari e supplementari.
Questo sistema è miseramente crollato con la crisi del credito e della domanda di questi ultimi anni.

E ciò in primo luogo per l’ottusità imprenditoriale, che da un lato ha ritenuto in molti casi opportuno trasferire in paesi a basso costo di manodopera le proprie produzioni al fine di massimizzare il profitto per unità di produzione venduta nel mercato interno, e dall’altro ha deciso di non internazionalizzare i propri mercati di sbocco delle proprie produzioni – mercati emergenti – .

Rammento ancora negli ultimi due decenni l’ottusità politica di invocare i dazi per le merci in entrata dai paesi emergenti senza capire che questi paesi sarebbero stati, viceversa, i mercati di sbocco naturale per le produzioni nazionali. Questa ottusità imperante degli anni dalla metà degli anni 90 fino alla fine del 2010, ha fatto scontare 15 anni di arretratezza competitiva del nostro sistema industriale che non ha colto le opportunità della globalizzazione ma ha preferito, con la complicità politica, sindacale ed imprenditoriale, voltarsi dall’altra parte. In presenza di tale atteggiamento, il sistema industriale italiano non ha avuto modo di creare aggregazioni di imprese, di massificare le produzioni, ridurre i costi, aumentare la produttività. Questa mancata aggregazione è dovuta ad una serie di fattori. Rammento, in linea generale, senz’altro il gap culturale degli imprenditori, di seconda e terza generazione accompagnata dalla superficialità del mondo politico e dall’assenza del mondo sindacale. In particolare la politica non ha voluto creare i presupposti di normative sul lavoro, sul diritto societario, sulla giustizia civile e sulla semplificazione fiscale che permettessero di avere gli strumenti per creare aggregazione interna e attrarre investimenti esteri. Ciò che sconta il nostro paese è, quindi, un deficit della presenza della grande impresa.

La grande impresa possiede quella capacità di attrarre capitali, di confrontarsi col mondo bancario e finanziario governando il credito, di modulare gli investimenti nel tempo, di basarsi su una politica industriale di più largo respiro che sappia anticipare i tempi e governare la complessità del proprio presente e del proprio futuro, che ha le capacità di valorizzare le risorse umane, raggiungere più alti livelli di produttività e benessere collettivo, di internazionalizzare i mercati di entrata e di uscita. Queste sono tutte caratteristiche che la piccola e media impresa non garantiscono.

Ed ecco che l’obiettivo che si deve porre il Partito della Nazione nei futuri governi sarà quello, nei prossimi 10 anni, di essere artefice di un cambiamento epocale culturale e sociale del fare impresa, cioè di fare in modo che l’industria nazionale, dei prodotti finiti, dei semilavorati ma anche dei servizi, della tecnologia e del pensiero, aumenti di volume dimensionale e sia motore di creazione di ricchezza e benessere diffuso.

L’aumento di volume dimensionale delle imprese potrà essere implementato attraverso fusioni, incorporazioni, crescita dimensionale industriale e soprattutto creando le condizioni per attrarre le grandi imprese che operano in uno stadio planetario, nel nostro Paese, e ciò sia a livello industriale e di produzione, sia a livello finanziario e di governace intellettuale (ricerca e sviluppo).
Per esempio oggi nei distretti del mobile del nostro paese i mobilieri, di estrema eccellenza creativa produttiva e di qualità si chiedono perché Ikea sia svedese e non italiana. Nel tessile perché ZARA sia spagnola o HM lo stesso svedese e non italiane.

Lo Stato in Italia almeno in questi ultimi 25 anni si è configurato come una zavorra allo sviluppo economico del paese, anche e soprattutto quando ha deliberato, negli anni, aiuti alle imprese sottoforma di piogge di denaro e non, per esempio attraverso sgravi fiscali. L’intervento dello Stato in merito alla creazione di più di 8000 società partecipate locali, ha consentito una distrazione di massa di risorse e denari privati di dimensioni incredibili.

Per questo non dobbiamo avere paura di immaginare e combattere per un un futuro nel quale lo Stato cambi verso e diventi, da strumento costoso e passivo di drenaggio di risorse private a motore di questo cambiamento e cioe’ della trasformazione della p.m.i. attualmente agonizzante in grandi imprese di livello internazionale. Un cambiamento epocale e culturale. Immaginare lo Stato come aggregatore industriale, in una rivisitazione, quasi un secolo dopo, di un “IRI 2.0” che sappia creare sviluppo, impresa, ricchezza. (Per chi non se lo ricorda o è più giovane l’Istituto per la Ricostruzione Industriale è stato un ente pubblico italiano, istituito nel 1933 e liquidato nel 2002)
Un “IRI 2.0” che sappia prendere per mano le imprese, accompagnarle nel percorso di aggregazione e crescita, e lanciarle sul mercato, un ente che sappia attrarre le imprese estere creando le condizioni di sviluppo in italia. E’ un lavoro, difficile, in quanto occorre immaginare formule nuove delle c.d Partecipazioni Statali, da inventare ed istituzionalizzare che permetterebbe, oltremodo, anche una nuova visione della Pubblica Amministrazione intesa come volano per la neo industrializzazione del Paese.

Può essere una provocazione? Forse sì ma senz’altro una sfida per chi come noi siamo sicuri che il futuro è solo l’Inizio e che un futuro grande Partito Democratico della Nazione possa, nella stabilità politica temporale, fare proprio questo possibile indirizzo di politica economica ed industriale.

Scritto da Marcello De Sanctis

Marcello De Sanctis

Patriota e Democratico, è dottore in economia e lavora come “professional” in una major multinazionale petrolifera.