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Il Patriottismo di Barack Obama

Il Patriottismo di Barack Obama

Nella primavera del 1775, un piccolo gruppi di coloni, contadini e mercanti, fabbri, stampatori, uomini e ragazzi, lasciarono le loro case a Lexington e Concord per prendere le armi contro la tirannia di un impero.

Le difficoltà contro di loro erano grandi, e i rischi enormi. Pur sopravvivendo a quella particolare battaglia, il fallimento avrebbe portato loro l’accusa di tradimento e la condanna a morte per impiccagione. E nonostante questo colsero il momento.

Non lo fecero in nome di un gruppo o di una discendenza, ma in nome di un ideale più grande: l’ideale della libertà, l’idea che ci siano diritti dati da Dio e inalienabili.

E quando il primo colpo fu sparato in quel giorno predestinato, un colpo sentito in tutto il mondo, la rivoluzione americana e l’esperimento americano cominciarono.

Quegli uomini di Lexington e di Concord erano tra i nostri primi patrioti. E all’inizio della settimana nella quale festeggiamo la nascita della nostra nazione, penso sia adeguato prendersi un momento e riflettere sul significato di patriottismo. Il loro e il nostro.

Lo facciamo in parte perché è in corso una guerra. Più di un 1.5 milione dei nostri migliori giovani uomini e giovani donne hanno combattuto in Iraq e Afghanistan. Più di 60.000 sono stati feriti, Più di 4600 ora riposano in pace. I costi della guerra sono stati grandi, e il dibattito sulla nostra missione in Iraq è stato duro.

E’ naturale, nel riflesso di tale sacrificio di così tanti, pensare più profondamente all’impegno che ci unisce come nazione e che ci unisce gli uni con gli altri.

Riflettiamo su questo anche perché siamo nel mezzo di un elezione presidenziale, forse la più delicata da generazioni, in un contesto che determinerà la rotta di questo paese per anni, forse per i decenni a venire.

Non è solo un dibattito sui grandi argomenti: sanità, lavoro, istruzione, pensioni. E’ anche un dibattito sui valori.

Come possiamo garantire la nostra sicurezza mentre garantiamo le nostre libertà? Come possiamo ridare fiducia in un governo che sembra sempre più distante dal suo popolo e guidato da interessi di parte?

Come ci assicuriamo, in una crescente economia globalizzata, che i vincitori mantengano la loro alleanza con i meno fortunati? E come possiamo superare le nostre differenze in un tempo di crescente diversità?

Infine, è necessario considerare il significato di patriottismo, perché la questione di chi sia o non sia un patriota avvelena troppo spesso i nostri dibattiti politici in modi che ci dividono invece di unirci.

Sono arrivato a capire questo dalla mia esperienza di campagna elettorale. Durante la mia vita, sono stato guidato dal mio profondo e sincero amore per questo paese come fosse un regalo. Così sono stato cresciuto, è questo che mi ha spinto al servizio pubblico, per questo mi candido alla presidenza.

E tuttavia, in certi momenti negli ultimi 16 mesi, il mio patriottismo si è trovato messo in dubbio, talvolta per la mia disattenzione, più spesso come risultato del desiderio di alcuni di guadagnare punti e aizzare paure e dubbi su chi io sia e in cosa creda.

Lasciatemi dire questo prima che parli: Non metterò mai in discussione il patriottismo di nessuno in questa campagna elettorale.

E non rimarrò fermo quando altri metteranno in dubbio il mio.

Le mie preoccupazione non sono semplicemente personali, comunque. Dopotutto, attraverso la nostra storia, uomini e donne di più grande importanza e grandezza di me hanno visto il loro patriottismo messo in discussione nel mezzo di dibattiti rilevanti.

Thomas Jefferson fu accusato dai federalisti di svendere ai francesi, gli anti-federalisti erano egualmente convinti che John Adams fosse in accordo con i Britannici, intenzionato a restituire la monarchia.

Allo stesso modo, anche i nostri più saggi presidenti hanno dovuto qualche volta giustificare condotte dubbie sulle basi del patriottismo: L’alien and sediction act, la sospensione dell’habeas corpus di Lincoln, l’internamento di giapponesiamericani durante la seconda guerra mondiale.

Tutte queste scelte furono difese al tempo come espressioni di patriottismo, e coloro che non erano d’accordo con queste politiche furono talvolta etichettati come non patriottici. In altre parole, l’uso del patriottismo come un’arma politica o uno scudo politico è vecchio come la repubblica.

E ancora, ciò che ci colpisce del dibattito odierno sul patriottismo è quanto sia radicato nello scontro culturale degli anni 60, con argomenti vecchi di 40 e più anni.

Alcuni di voi lo ricordano. Nei primi anni del movimento per i diritti civili e dell’opposizione alla guerra del Vietnam, i difensori dello status quo hanno, sovente, accusato chiunque non fosse d’accordo con la saggezza delle politiche di governo di essere non-patriottico.

Allo stesso tempo, alcuni di coloro della cosiddetta controcultura degli anni ’60 reagirono non limitandosi a criticare alcune politiche di governo, ma attaccandone i simboli, e in certi estremi casi l’idea stessa dell’America, bruciandone le bandiere, accusando l’America per tutto ciò che di sbagliato c’era al mondo; e, forse, più tragicamente, mancando di onorare quei veterani che tornavano a casa dal Vietnam, qualcosa che rimane causa di vergogna nazionale ancora oggi.

Adesso, la maggior parte degli americani non ha mai abboccato a questi argomenti semplicistici, queste caricature di destra e sinistra. La maggior parte degli americani ha capito che il dissenso non ci rende non patrioti e la maggior parte degli americani capisce che non c’è niente di furbo o sofisticato nel cinico disprezzo per le tradizioni e le istituzioni americane.

E ancora la rabbia e gli scontri di quel periodo non sono completamente passati. La nostra politica sembra ancora intrappolata in questi vecchi, superati argomenti, un fatto più evidente durante il nostro recente dibattito sulla guerra in Iraq, quando coloro che si opposero all’amministrazione furono etichettati come non-patrioti, e un Generale, poiché aveva dato il suo miglior consiglio su come procedere in Iraq, fu accusato di tradimento.

Dato l’enorme numero di sfide che ci sono davanti, non possiamo più permetterci di sostenere questo genere di divisioni. Nessuno di noi si aspetta che i dibatti sul patriottismo scompaiano, o debbano scomparire. Dopo tutto, quando dibattiamo di patriottismo, stiamo dibattendo su chi siamo come patria e, ancora più importante, su chi dovremmo essere.

Certamente, però, possiamo essere d’accordo che nessun partito o nessuna dottrina politica possa avere il monopolio del patriottismo.

E certamente possiamo giungere alla definizione di quel patriottismo che, anche se imperfetto, cattura il miglior senso comune americano.

Quale sarebbe, dunque, questa definizione di patriottismo? Per me, come per la maggior parte degli americani, il patriottismo comincia con un istinto del corpo, una lealtà e un amore per il paese che è radicato in alcuni dei miei più lontani ricordi.

E non sto solo parlando del giuramento alla bandiera, o del giorno del ringraziamento a scuola, o dei fuochi d’artificio del 4 luglio. Piuttosto, per quanto queste cose possano essere meravigliose, mi riferisco al modo che gli ideali americani hanno di crescere attraverso le lezioni della mia famiglia, le lezioni che la mia famiglia mi ha insegnato da bambino.

Sapete, uno dei miei primi ricordi è stare seduto sulle spalle di mio nonno e guardare gli astronauti venire in spiaggia alle Hawaii. Ricordo l’entusiasmo e le piccole bandiere che le persone agitavano, e mio nonno che mi spiegava che noi come Americani potevamo fare qualunque cosa ci mettessimo in testa di fare. Questa è la mia idea di America.

Mi ricordo quando ascoltavo mia nonna raccontarmi storie sul suo lavoro alla catena di montaggio per le bombe durante la seconda guerra mondiale. Ricordo mio nonno darmi le sue piastrine di riconoscimento del periodo in cui serviva nell’esercito di Patton e di comprendere che la sua difesa della Patria segnasse una delle sue più grandi ragioni di orgoglio. Questa è la mia idea di America.

Ricordo, quando abitai per quattro anni in Indonesia da bambino, di aver sentito mia madre leggermi le prime righe della dichiarazione di indipendenza. “Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità.”

Mi ricordo delle sue spiegazioni su come questa dichiarazione si applicasse ad ogni americano, nero o bianco o asiatico, come queste parole e le parole della costituzione degli stati uniti ci abbiano protetto dalle ingiustizie che abbiamo visto soffrire per altri popoli durante gli anni trascorsi. Questa è la mia idea di America.

Quando sono cresciuto, quell’istinto che in tanti di noi hanno, che l’America è il più grande paese al mondo, è rimasto.

Quell’istinto, che la conoscenza sarebbe rimasta con il crescere della consapevolezza dei difetti della nostra nazione: la sua questione razziale, le perversioni del suo sistema politico – che furono viste durante le audizioni del caso Watergate -, la disperante povertà del delta del Mississippi e degli Appalachi, come delle piccole città rurali in tutta America.

L’istinto per cui questo è il più grande paese al mondo è sopravvissuto non solo perché, secondo me, le gioie della vita americana e la cultura – la sua vitalità, varietà e libertà – sempre hanno superato le sue imperfezioni, ma perché ho imparato che ciò che rende l’America grande non è mai stata la sua perfezione, ma la convinzione che si possa fare meglio.

Sono giunto alla conclusione che la nostra rivoluzione sia stata fatta con questo credo; che noi possiamo essere governati dalle leggi, non dagli uomini, che possiamo essere uguali agli occhi della legge; che possiamo essere liberi di dire ciò che vogliamo, e di riunirci con chiunque vogliamo, e pregare come desideriamo, che possiamo avere il diritto di seguire i nostri sogni, ma che abbiamo l’obbligo di aiutare i nostri concittadini a seguire i loro.

Sapete, per un giovane uomo di razza mista come me, senza un forte un legame con una particolare comunità, senza nemmeno la mano ferma di mio padre, è questa l’idea essenziale dell’America, che non siamo costretti dalla nostra nascita, ma che possiamo fare delle nostre vite ciò che vogliamo. Questo ha definito la mia vita, così come ha guidato la vita di molti altri americani.

E per questo, per me, il patriottismo è qualcosa di più della semplice lealtà ad un posto su una mappa o un certo genere di persone. Invece, è anche la lealtà per gli ideali Americani, ideali per i quali chiunque può sacrificarsi, o difendere,  fino a dare l’ultimo atto di devozione.

Credo che questa lealtà permetta ad un paese fatto di diverse razze e etnie, di religioni e abitudini, di essere uno. E’ l’applicazione di questi ideali che ci separa dallo Zimbabwe, dove il partito di opposizione e i suoi sostenitori sono stati silenziosamente cercati, torturati e uccisi.

E’ questo che ci differenzia da Burma, dove in dieci mila continuano a lottare per il cibo e per un riparo di fronte ad un uragano perché la junta militare ha paura ad aprirsi all’aiuto straniero.

O in Iraq, dove, a dispetto dell’eroico sforzo dei nostri militari, uomini e donne come questi, e il coraggio di tanti comuni iracheni, anche una limitata cooperazione tra fazioni rimane sfuggente.

Credo che chi attacca i difetti dell’America senza riconoscerne la particolare grandezza dei nostri ideali e la loro provata capacità di ispirare un mondo migliore, non comprenda veramente l’America.

Certamente, proprio perché l’America non è perfetta, proprio perché i nostri ideali costantemente ci chiedono di più, il patriottismo non potrà mai essere definito come la lealtà ad un particolare leader, o un governo, o una politica.

Come Mark Twain, uno dei più grandi scrittori satirici americani e fiero figlio del Missouri scrisse una volta:

“Patriottismo è sostenere il tuo paese sempre, il tuo governo quando se lo merita”-

Questo è il patriottismo

Adesso, noi possiamo sperare che i nostri leader e il nostro governo sostengano i nostri ideali, sostengano cos’è giusto, e ci sono tante volte nella nostra storia in cui questo è successo. Ma quando le nostre leggi, quando i nostri leader o il nostro governo non sono allineati con quegli ideali, allora il dissenso degli americani può provare ad essere la più vera espressione di patriottismo.

Il giovare predicatore della Georgia, Martin Luther King Jr, che ha guidato un movimento per aiutare l’America a confrontarsi con la nostra tragica storia di ingiustizia e a vivere all’altezza delle nostre convinzioni. Lui era un patriota.

Il giovane soldato che per primo parlo degli abusi sui prigionieri ad Abu Ghraib, lui è un patriota.

Riconoscere un torto commesso in nome di questo paese, insistere che noi doppiamo mantenere la promessa della nostra costituzione, che questi sono atti di patriottismo, uomini e donne che stanno difendendo ciò che è meglio per l’America. E che non dovremmo mai dimenticare, specialmente quando non siamo d’accordo con loro, specialmente quando le loro parole ci mettono a disagio.

Questo è parte della tradizione americana, Questa è la parte che ci rende fieri di essere Americani.

Oltre la lealtà agli ideali americani, oltre la volontà di dissentire in nome di questi ideali, io credo che il patriottismo debba comprendere la volontà di sacrificarsi, di dare qualcosa a cui teniamo per una causa più grande.

Adesso, per coloro che hanno combattuto sotto la bandiera di questa nazione, per i giovani veterani come Vince, i giovani veterani che ho incontrato quando visitai Walter Reed, per quelli come John McCain, che ha sofferto fisicamente nel servizio alla nostra nazione, non serve un’altra prova di lealtà.

E lasciatemi anche aggiungere che nessuno deve svalutare questo servizio, specialmente in nome di una campagna elettorale. E questo riguarda i sostenitori di entrambe le parti.

Noi dobbiamo sempre esprimere dal profondo la nostra gratitudine per coloro, uomini e donne in uniforme. Punto. A capo.

Certamente, una delle cose buone che emergono dall’attuale conflitto in Iraq è stato il vasto riconoscimento che, sia che si sia a favore o contro la guerra, il sacrificio delle truppe è sempre ragione di onore. Questo cambiamento dal ’60 è stato apprezzato da molti di noi.

Ma per il resto di noi, per noi non in uniforme o senza militari a cui teniamo, la chiamata al servizio del bene più grande del paese rimane un imperativo della cittadinanza. Tristemente, negli anni passati, in mezzo ad una guerra tra due fronti, questa chiamata non è mai venuta.

Dopo l’11 settembre, ci fu chiesto di fare shopping. I più benestanti di noi videro le loro tasse abbassarsi, qualcosa che non era mai successa in tempo di guerra, anche se il costo della guerra ha continuato ad alzarsi. Piuttosto che lavorare insieme per ridurre la nostra dipendenza dal petrolio straniero, e quindi diminuire la nostra vulnerabilità ad una regione instabile, la nostra politica energetica è rimasta immutata e la nostra dipendenza da quel petrolio è cresciuta.

Nonostante questa assenza di leadership da Washington ho visto una generazione di Americani raccogliere la chiamata. Li incontro dovunque vado, giovani impegnati in progetti per il rinnovamento dell’America, non solo coloro che si sono arruolati per combattere per il nostro paese in terre lontane, ma per coloro che stanno combattendo per un America migliore qui in patria, aiutando i meno fortunati, insegnando in scuole sotto finanziate o prendendosi cura dei malati in ospedali senza personale sufficiente, o promuovendo una più sostenibile politica energetica nelle loro amministrazioni locali.

Io credo che uno dei compiti della prossima amministrazione sia assicurare che questo movimento a servizio del paese cresca e si organizzi nei prossimi anni.

Dovremmo espandere americorps e far crescere l’esercito della pace. Dovremmo incoraggiare il servizio civile facendone parte dei requisiti per i fondi ai college, anche se rafforziamo i benefit per coloro il cui senso del dovere ha già portato a servire in uniforme.

Il governo può fare la sua parte. Noi dobbiamo ricordarci, che il vero patriottismo non può essere forzato né  legiferato come se fosse un semplice programma governativo. Questo deve risiedere nei cuori della nostra gente, e coltivato nel cuore della nostra cultura, e nutrito nel cuore dei nostri bambini.

Così cominciamo il quarto secolo della nostra nazione; è facile dare per garantite le straordinarie caratteristiche dell’America. Ma è nostra la responsabilità come Americani e come genitori insegnare questa storia ai nostri bambini, sia a casa che a scuola.

La perdita di qualità dell’educazione civica in così tante delle nostre scuole ha lasciato troppi giovani americani senza la minima conoscenza di chi siano i nostri padri fondatori , o cos’abbiano fatto, o il significato di quei documenti che hanno sottoscritto.

Troppi bambini sono all’oscuro degli sforzi, dei rischi e dei sacrifici fatti dalle passate generazioni per assicurare la sopravvivenza di questo paese alla guerra e alla depressione economica, attraverso grandi battaglie civili e sociali, e per i diritti dei lavoratori.

Spetta a noi, quindi, insegnare loro. Spetta a noi insegnare loro che anche se abbiamo affrontato grandi sfide e abbiamo commesso la nostra parte di errori, siamo sempre stati in grado di riunirci e rendere questo paese più forte, e più prospero, e più unito e più giusto.

Spetta a noi insegnare che l’America è una forza per il bene del mondo e che le altre nazioni e gli altri popoli guardano a noi come l’ultima, migliore speranza sulla terra. Spetta a noi insegnare loro che è giusto dare qualcosa indietro alla comunità, che è onorevole servirla da militare, che è vitale partecipare alla nostra democrazia e far si che la nostra voce sia sentita.

E spetta ancora a noi insegnare ai nostri bambini la lezione che troppo spesso noi che facciamo politica dimentichiamo: il patriottismo riguarda non solo difendere questo paese dalle minacce esterne, ma lavorare per fare dell’America un posto migliore per le future generazioni.

Quando accumuliamo montagne di debiti per la prossima generazione che dovrà assorbirli e o non cambiamo la nostra politica energetica, sappiamo bene quali saranno le conseguenza di queste azioni, stiamo guardando i nostri piccoli interessi di fronte al benessere a lungo termine della nazione.

Quando non educhiamo milioni dei nostri bambini in modo che possano competere nell’economia globale, o quando non investiamo nella ricerca scientifica di base che ha guidato l’innovazione di questo paese, rischiamo di lasciarci alle spalle un America che ha perso posizioni nel mondo.

Come il patriottismo ci chiede di impegnarci per questa nazione che si estende oltre il nostro immediato interesse, così il nostro impegno deve estendersi oltre il tempo che ci è dato sulla terra.

George Washington è giustamente onorato per la sua leadership dell’esercito continentale, ma uno dei suoi più grandi atti di patriottismo fu la sua insistenza nel fare un passo indietro dopo due mandati, di fatto creando un principio da seguire per chiunque gli abbia succeduto, ricordando ai futuri presidenti che questo governo è del popolo e per il popolo.

Abraham Lincoln non vinse semplicemente la guerra o non tenne insieme solo l’unione. Nella sua volontà di non demonizzare coloro contro cui aveva combattuto, nel suo rifiuto di soccombere all’odio o all’auto approvazione che una guerra può infondere, nella sua insistenza nel non accettare che questo paese fosse per metà schiavo e per metà libero, nella sua fede negli angeli migliori della nostra natura, Lincoln ha dimostrato saggezza e coraggio, che sono l’esempio del patriottismo.

Ed è stato il più famoso figlio dell’indipendenza, Harry Truman, che ha presieduto nella casa bianca durante gli ultimi giorni del suo mandato che disse “Quando Franklin Roosevelt morì, mi sono sentito come ci fossero milioni di uomini più adeguati di me per prendere il posto di presidente. Ma dopo tutto ciò che abbiamo affrontato, dopo tutti quegli anni in cui ho lavorato in questa stanza, sono giunto alla conclusione che non ho mai lavorato da solo, che voi stavate lavorando con me. Nessun presidente può mai sperare di guidare il nostro paese o sostenere il peso di questo incarico senza che il popolo l’abbia aiutato con il suo supporto.

Questo è ciò che disse Truman. Alla fine, può essere questa qualità che meglio descrive il patriottismo nella mia mente, non solo l’amore per l’America in astratto, ma uno specifico amore, e fede, nel popolo americano.

Ecco perché i nostri cuori si emozionano alla vista della nostra bandiera, perché ci scende una lacrima alle note di “taps”. Perché sappiamo che la grandezza di questo paese, le sue vittorie in guerra, nel suo grande benessere, nei suoi traguardi scientifici e culturali, sono tutti il risultato dell’energia e dell’immaginazione del popolo americano, della loro forza, del coraggio, della loro infaticabilità, del loro senso dello humor e silenzioso eroismo.

Questa è la libertà che abbiamo difeso, la libertà che ognuno di noi ha cercato nei suoi propri sogni. Questa è l’equità che cerchiamo, non un’eguaglianza di risultati, ma la possibilità per ognuno di noi di farcela se ci proviamo.

Questa è la comunità che ambiamo a costruire, una comunità in cui avere fiducia in questa nostra  talvolta confusa democrazia, una comunità nella quale noi si continui ad insistere che non c’e’ nulla che non possiamo fare quando ce ne convinciamo, in cui ognuno di noi è parte di una storia più grande, che il nostro destino è legato a tutti coloro che condividono il proprio legame alla felicità e al credo Americano.

Questo è ciò che il patriottismo significa per me. Grazie. Dio vi benedica, e possa Dio benedire gli Stati Uniti d’America.

Scritto da Barack Obama

Barack Obama

laureato in legge ad Harvard e Community Organizer nella sua città. Rapidamente asceso da parlamentare dello stato dell’Illinois, al Senato federale è oggi, al secondo mandato alla guida della Casa Bianca. Una moglie fantastica, due figlie, un cane. Ama le serie tv.