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Il liceo è davvero finito?

Il liceo è davvero finito?

Mi presento: sono uno dei ragazzi cresciuti nel liceo. Conosco duemila anni di storia occidentale, con qualche ovvia lacuna. Posso leggere il Vangelo nella lingua in cui è stato scritto, e sfogliando un libro di Neuropsichiatria capisco la maggior parte dei termini tecnici, anche quelli che vedo per la prima volta. Ho imparato a riconoscere e ammirare i capolavori dell’arte, invece di passarci accanto senza nemmeno notarli. So cosa si nasconde dietro una turbolenta tela barocca o dietro lo sfondo dorato di un mosaico. So cosa accade nel 26° canto dell’Inferno, e perché Primo Levi cercasse a tutti i costi di ricordarne i versi mentre era ad Auschwitz.

Con un pizzico di fortuna in più, incontrando i professori giusti, avrei studiato meglio anche le scienze. Saprei come si forma il DNA e quali sono le teorie sulla fine dell’universo. Ma tutto non si può avere.

Ce ne sono tanti come me, con tante altre abilità. C’è chi ha affinato un metodo di studio che gli permette di dare esami da mille pagine, sgomentando i poveri studenti Erasmus, che arrivano nei nostri atenei convinti di trovarvi slides e articoletti come a casa loro. C’è chi sa unire in un discorso irresistibile spunti dall’attualità, dalla storia e persino dal mito: vedi Renzi a Strasburgo.

Chi è cresciuto in questo ambiente, lo capirete, prova sempre rabbia o rimpianto quando sente parlare di una scuola futura senza arte, senza letteratura, senza filosofia e mutilata di un anno. È una reazione istintiva. Come quella del ragazzo che trova la via Gluck sepolta dal cemento.

La rabbia viene perché questo intervento si basa su una diagnosi sbagliata, e quindi su una cura che in realtà è letale. Il problema del liceo non è quel che viene insegnato, ma come e da chi viene insegnato. Sono i docenti incapaci. Sono i metodi antiquati (vedi inglese). Sono le sette ore di lezione frontale, che farebbero addormentare un grillo. I ragazzi più appassionati ottengono dal liceo una preparazione stellare e diventano (per dirne una) ottimi ricercatori, ma non si riesce a far appassionare l’enorme massa anonima degli altri.

Nessuno però lo capisce, né a destra né a sinistra. E il liceo dovrà morire per una colpa che non ha. Tutti noi saremo lettori stranieri dei nostri poeti e turisti nelle nostre città d’arte. Lasciatemelo dire: la cultura italiana morirà. Di qui il rimpianto.

Ma non possiamo neanche ignorare la realtà. La schiacciante maggioranza degli adolescenti, oggi, non sa che farsene della cultura italiana. E sogna una scuola che duri un anno in meno, dove si stia davanti al computer, si parlino le lingue e si giochi nei campi sportivi. Nelle scuole private in cui i genitori, a suon di soldoni, mettono bocca sui programmi, pullulano i corsi di economia o di business english. Questa è la società. Avremmo potuto conciliare le sue esigenze con quelle della cultura, che forma l’uomo nella sua globalità, e non trascura il gusto, la bellezza, la sapienza e la riflessione. Invece abbiamo lasciato prosperare il mito della “scuola antica” insensibile alla “società moderna”: uno scontro folle e dall’esito scontato.

La nostra generazione sarà forse l’ultima a studiare l’arte o le lingue classiche. Così come la prossima generazione sarà forse l’ultima a studiare le lingue moderne. Non è un mistero che i dirigenti della Microsoft abbiano già un prototipo di traduttore automatico, che rispetta persino l’inflessione della voce. Ai miei figli verrà detto che studiare l’inglese è inutile e non serve nel mondo del lavoro, proprio come a noi lo dicevano del greco.

Cosa dobbiamo fare, allora? Arrenderci e rinunciare a questo patrimonio inestimabile, unico in Europa, che è il liceo? E, sulla stessa pista, eliminare le ricerche e le pubblicazioni sulla letteratura, sull’arte, sulla filosofia, sull’archeologia, per destinare quel denaro pubblico a scopi più “moderni”?

Oppure combattere una battaglia di nicchia, con un manipolo di intellettuali che frustra e mortifica i desideri di milioni di adolescenti e di famiglie?

Non si può essere buonisti: o bianco o nero. Se si affiancasse una nuova scuola più breve e più facile alla vecchia maratona liceale, nessun ragazzo sceglierebbe la seconda. Nel libero mercato, l’opzione perdente sarebbe subito spazzata via.

Io credo che un patriota debba scegliere l’intransigenza. Non si possono crescere generazioni prive di identità, ignare della loro lingua, della loro storia, delle meraviglie della loro terra e della responsabilità che hanno nel proteggerle e nel crearne di nuove. Già adesso questa coscienza è scarsa. Forse la nuova scuola formerebbe italiani più competitivi, o meglio più italiani competitivi, visto che i migliori allievi del liceo compiono già oggi imprese eccezionali. Ma sarebbero come macchine senz’anima, ingranaggi della modernità che ne vengono trascinati invece di trascinarla, e ne vengono plasmati invece di plasmarla.

Mi auguro, perciò, che i politici coinvolti in queste faccende (a cominciare dall’ingegnere Reggi, democratico e renziano) si orientino su una scuola che concili le due esigenze, e non costringano i veri amanti dell’Italia ad una resistenza assurda e impopolare.

La posta in gioco è alta. Tra qualche anno, se sbagliamo, del nostro “popolo di poeti e di artisti, di pensatori, di scienziati, di navigatori…” potrebbero restare solo i “trasmigratori”.

Scritto da Emanuele Pinelli

Emanuele Pinelli

Nato nel dicembre ’89, poco dopo il crollo del Muro, studia Filosofia e nel 2013 approda al Dottorato presso l’Università di Pisa. Musicista, cantautore, conduttore di programmi radio sulle avanguardie, è da anni un sincero mazziniano.