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Elogio dell’elettore infedele

Elogio dell’elettore infedele

C’è uno spettro che finalmente si aggira per l’Italia, quello dell’elettore infedele. Alle elezioni europee dello scorso 25 maggio il Pd di Matteo Renzi ha stravinto perché è definitivamente caduto il sacro vincolo di appartenenza che legava elettore e partito nella prima repubblica e che negli ultimi vent’anni era stato tenuto artificialmente in vita dalla reciproca delegittimazione tra berlusconiani e anti-berlusconiani. Come nelle democrazie occidentali più avanzate anche nel nostro Paese si sta quindi affermando una quota crescente di elettorato pragmatico e mobile, che tende a premiare nelle urne l’offerta politica che dà maggiori garanzie dal punto di vista dell’azione di governo.

(Perché è sull’azione di governo – non sull’Europa – che si è votato il 25 maggio, anche se l’affermazione “continentale” del Partito democratico ha fatto sì che a urne chiuse ci si sia finalmente occupati di Ue anche da noi).

Un’avvisaglia di questa “laicizzazione” nel rapporto tra cittadini e politica si è già avuta nelle elezioni politiche del 2013, con l’arretramento significativo di centrosinistra e centrodestra e un terzo dell’elettorato che si è spostato su formazioni nuove, protestatarie come il Movimento 5 stelle (8,6 mln di voti), o “istituzionali” come Scelta civica (2,8 mln di voti).

E le analisi sui flussi elettorali del 2014 sembrano dimostrare che – al netto della minore affluenza al voto – è proprio in questo terzo di elettorato che il Pd ha attinto per migliorare la propria performance di 2,5 mln di voti, ridimensionando il M5s e azzerando di fatto Scelta civica.

Non è un caso che dopo la sconfitta elettorale le prime serie autocritiche all’interno del movimento di Grillo si siano puntate proprio sull’inconcludenza e scarsa “affidabilità” del M5s percepite dagli elettori: segno che con la contestazione pura si può arrivare secondi (o, meglio, terzi) ma per conquistare il decisivo elettorato “infedele” si deve dimostrare di essere all’altezza di Palazzo Chigi.

C’è quindi da augurarsi che – darwinianamente – l’attitudine dell’elettore infedele a premiare il “migliore governo possibile” contribuisca all’evoluzione del quadro politico nel senso di un bipolarismo maturo in cui – all’interno di un quadro di regole patriotticamente condiviso – si contendano il voto degli italiani due proposte alternative entrambe a vocazione maggioritaria e di governo.

Scritto da Marco Martorelli

Marco Martorelli

Laureato in Scienze politiche, è stato vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato a progetti del gruppo Reti, nell’ambito della comunicazione e delle relazioni istituzionali. Dal 2010 lavora per un importante gruppo bancario italiano.