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E’ partita la ripresa in Italia?

E’ partita la ripresa in Italia?

I primi veri segnali di ripresa per l’Italia sono arrivati: l’export aumenta in modo stabile – la bilancia commerciale è tornata in attivo da più di un anno -, si registrano incrementi della produzione industriale e secondo il super-indice dell’Ocse siamo l’unico paese in crescita. Si tratta di notizie positive, che fanno sperare in un futuro con il segno “+”, ma inserite in un contesto ancora incerto: la disoccupazione continua a salire, i consumi delle famiglie continuano a scendere anche se in misura minore rispetto al passato, le banche continuano a erogare poco credito, la fiducia dei consumatori non è ancora solida (l’indice e-coin, che misura appunto il grado di fiducia, ha mostrato una leggera flessione) e soprattutto la crescita del Pil rimane assai bassa. Tutti questi indicatori ci conducono a una conclusione: per l’Italia la fase più acuta della crisi è finita ma le sue conseguenze non sono ancora terminate. Considerato questo quadro, e vista l’impossibilità di effettuare ingenti programmi di spesa e investimenti pubblici, l’unico modo per rendere la ripresa meno fragile è far sì che le imprese incrementino il loro capitale e vi siano nuovi impieghi di risorse in tecnologie e processi innovativi.

Dall’inizio della crisi la quota di investimenti sul Pil è scesa di quattro punti, al 17 per cento (fonte: Relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia), mentre gli investimenti pubblici sono calati del 30 per cento negli ultimi anni.

Interessante notare che il rapporto annuale dell’Istat, appena pubblicato, mette in luce come le incertezze economico-politiche nel nostro paese abbiano causato, più che in altri paesi della Ue, un’accentuata caduta degli investimenti, specialmente di quelli  “innovativi”.

Per incentivare questi ultimi, oggi, è necessario da parte delle imprese effettuare le riforme strutturali in grado di ridurre il peso della tassazione sulle imprese e la rimozione degli oneri connessi al malfunzionamento della pubblica amministrazione. Inoltre è di fondamentale importanza attuare anche una riduzione dei tempi dei procedimenti della  giustizia civile e amministrativa. La relazione Istat mette in luce che i costi amministrativi, una giustizia civile lenta e spesso discutibile e l’instabilità socio-politica sono tra i  fattori che maggiormente frenano gli investimenti delle imprese. Peraltro, per questi stessi motivi, le imprese estere, che secondo i dati disponibili hanno una produttività più elevata di quelle nostrane, investono poco in Italia. Il  Censis nel suo report sullo Stato sociale 2014 mostra che il nostro paese detiene solo l’1,6 per cento dello stock mondiale di investimenti esteri, contro il 2,8 della Spagna, il 3,1 della Germania, il 4,8 della Francia e il 5,8 del Regno Unito.

L’Istat mette invece in risalto come le aziende italiane abbiano, con maggiori investimenti e capitale, un potenziale di crescita della produttività e del valore aggiunto: durante la crisi il 41 per cento delle aziende ha ampliato la propria gamma di prodotti e il 22 per cento ha voluto accedere a nuovi mercati. La percentuale sale ad oltre il 50 per cento per chi esporta. Questi ulteriori dati dimostrato come l’attuazione dei provvedimenti illustrati sopra sia ancora più urgente.

Il governo Renzi sta facendo i primi passi: a breve partirà una riforma della Pa, un primo taglio delle tasse vi è stato (una leggera riduzione dell’Irap)  e si sono attuate leggi (Ace, Sabatini bis) per favorire l’immissione di capitale e gli investimenti delle imprese.

Ma lo stesso esecutivo è conscio che il percorso è appena iniziato: per esempio il sottosegretario alla Presidenza, Del Rio, ha apertamente denunciato le lunghezze legislative, tali per cui, ad esempio, affinché una legge divenga operativa (l’esempio era la Sabatini bis) bisogna attendere più di un anno: ciò crea incertezza  nelle imprese che per questo sono restie a fare nuovi investimenti.  A concludere questo quadro si ritiene utile una ripresa delle liberalizzazioni e delle dismissioni di aziende pubbliche, incluse quelle controllate dagli enti locali, per liberare risorse da utilizzare per gli investimenti e l’abbassamento della pressione fiscale. Su questo il governo ha mosso qualche passo, ad esempio con la cessione di quote di Poste e la quotazione di Fincantieri, ma non è ancora abbastanza perché si giunga a realizzare uno Stato che regoli ed incentivi l’attività imprenditoriale senza inutili barriere e ostacoli.

Scritto da Andrea Rollin

Andrea Rollin

Andrea Rollin. 27 anni, laurea in economia politica alla Sapienza. Sto seguendo un dottorato in economia politica trattando gli argomenti inerenti al mercato del lavoro. Fin da piccolo seguo politica e temi economici. Convinto democratico, svolgo attività politica nella mia città Roma e nel mio territorio con incarichi istituzionali. Altra grande passione il ciclismo.