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Dare respiro ai policy makers

Dare respiro ai policy makers

Vedere dall’interno la macchina pubblica è, come prevedibile, molto istruttivo. Chi ha la fortuna di occuparsi di policy si sarà accorto, nella ricerca di materiale a loro sostegno, che esistono molti precedenti di leggi simili, accumulati in una specie di stratificazione normativa. Per quanto diverse persone pensino di avere idee rivoluzionarie, e di poter cambiare il Paese con la giusta riforma, ci si scontra con decreti di anni fa che promuovevano gli stessi concetti che si prova oggi a tradurre in legge.

È forse perché gli attuali policy maker sono già vecchi? No, non mi pare. Né come età, né come polso dell’innovazione. La spiegazione che mi sono dato è un’altra, ed è un po’ più complessa.

L’Italia risulta essere tra le nazioni con il più alto numero di leggi e di governi: le due cose sono fortemente correlate. Negli ultimi vent’anni molte riforme sono state proposte, e altrettante sono state cancellate; chi ha governato ha spesso operato con desideri di rivalsa, difendendo precisi interessi e bacini elettorali, e non il bene comune.

Nel caso di molti ministeri, un gran peccato: buone idee si leggono da ambo le parti (per comodità “destra” e “sinistra”), ma non sapremo mai chi avrebbe avuto ragione, sono rimaste sulla carta. Il governo vissuto come sfida elettorale permanente portava infatti a proporre riforme e stravolgimenti, anche a causa di dinamiche prettamente di potere. Meno durano i governi, più si accumulano i particolarismi e i tentativi auto-promozionali dei politici: ogni ministro sogna di poter mettere il proprio nome dietro qualche riforma, e di fare ulteriori avanzamenti di carriera.

Non posso quindi che plaudere agli sforzi del Presidente del Consiglio di ottenere una legge elettorale capace di identificare una compagine di governo che possa durare cinque anni. Sarebbe anche un modo per migliorare il coordinamento tra decretazione e legislazione ordinaria: in molti casi si avrebbe il tempo di fare leggi di iniziativa parlamentare, perché non si dovrebbe temere la vittoria avversaria, e la relativa damnatio memoriae. Ci sarebbe il tempo di fare delle ricognizioni sulle iniziative legislative bloccate, o sui decreti di attuazione da scrivere; ci sarebbe il tempo per misurare l’impatto delle policies, e magari introdurre delle modalità più sperimentali e data driven: come possiamo sapere quale proposta di riforma può essere più impattante? Non converrebbe fare degli esperimenti controllati, laddove possibili?

Cinque anni, infine, sono un orizzonte per fare della seria programmazione economica: perché il secondo problema pressante, che incontra qualunque aspirante policy maker, è la cronica mancanza di coperture finanziarie. I soldi nei ministeri non ci sono, e per lo più servono per pagare gli stipendi, talvolta anche troppo generosi. Le riforme a costo zero sono purtroppo molto rare. Siamo stati vittime, negli ultimi vent’anni, di tentativi di ridurre o stabilizzare la spesa pubblica, fatti in una permanente logica emergenziale, che hanno avuto come conseguenza un calo di capacità di produrre ricchezza da parte di questo paese. Perdere un milione di dipendenti pubblici ha avuto un evidente forte impatto sul PIL, sia immediato (come ore lavorate), sia indiretto, come contrazione della domanda interna; la mancanza di ricambio generazionale crea altri costi, dovuti a una crescente inefficienza della macchina pubblica.

I tagli sono stati tanto più gravi perché proiettati secondo meri criteri di forza politica relativa: laddove il sindacato era forte, ha difeso i suoi iscritti – si veda abolizione dello scalone: 10 miliardi di euro buttati a gente cresciuta nei diritti acquisiti. Laddove non aveva iscritti, ha lasciato tranquillamente perdere (vedasi giovani, precari, ricercatori universitari, numericamente insignificanti, tra l’altro). Ci ritroviamo così, ancora oggi, milioni di privilegiati che, pur essendo pubblici dipendenti, hanno il doppio lavoro e pretendono di non essere valutati. E migliaia di giovani laureati che emigrano ogni anno. La distruzione del nostro capitale umano, della nostra capacità di competere, non si risolve con una buona riforma, né in tempi rapidi: ecco perché il nostro PIL cala lentamente e inesorabilmente. Gli economisti stranieri faticano a capire come questo paese sia crollato così in basso, e non riesca più a riemergere. Difendete chi non lavora, obbligate a emigrare chi ha voglia di fare. Alzate le tasse a tutti, diminuite i servizi: l’esito mi pare prevedibile.

Per invertire la rotta servono investimenti laddove si produce ricchezza: nel nostro capitale umano e infrastrutturale. Impossibile competere altrimenti. Ecco perché Matteo Renzi fa bene a combattere la sua battaglia con l’Unione Europea per eliminare gli investimenti dal patto di stabilità. Serve denaro vero, alcuni miliardi (almeno 5 per la rete a banda larga, almeno altrettanti per rilanciare scuola e università): soldi che non si trovano attraverso tagli.

È una battaglia che lo porterà presumibilmente allo scontro con UE e BCE ma che, a sei anni dall’inizio della crisi, e dopo due governi tecnici, troverà ampio supporto dalla popolazione italiana.

Scritto da Cesare Locchi

Cesare Locchi

Scrive sotto pseudonimo per dare un tono pirandelliano al patriottismo. Competente e appassionato lavora in una struttura statale o parastatale.