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Cosa serve alle Startup italiane

Cosa serve alle Startup italiane

Il 3 luglio corrente anno, a poche ore dell’ amato independance day, gli Stati Uniti hanno festeggiato in anticipo intorno ai nuovi dati pubblicati dal Labor Department sul tasso di disoccupazione, passato dal 6,3 al 6,1% (il livello più basso da settembre 2008 per capirci) essendo l economia americana riuscita a recuperare nell ultimo mese altri  288.000 di quei posti di lavoro smarriti tra gli scatoloni “take your stuff and leave”, le accuse e minacce reciproche del drammatico  post crack  lehman brothers (con punte tragiche toccate con l’intervento di Roberto Saviano a Zuccotti park)

Uno dei dati piu significativi contenuti in queste ultime statistiche è che, tra le varie cause di inversione di tendenza , troviamo il costante aumento di occupazione generato, nonostante la crisi, dalle imprese di giovane o giovanissima costituzione per le quali ci si riferisce di solito con il termine atecnico e insopportabile di start up.

In Italia, strano ma vero, la situazione è leggermente diversa da quella della Silicon Valley anche se le cose sembrerebbero stare cambiando.

Complice  una coraggiosa apertura di credito(garantita dallo stato ndr) da parte delle banche, che nell’ultimo anno hanno  investito più di 50 milioni di euro nell’ambito delle start up innovative, il numero di queste ultime iscritte nei registri delle camere di commercio è cresciuto fino a raggiungere al 23 giugno le 2221 unità, per un fatturato complessivo di oltre 300 milioni e 20.000 nuovi posti di lavoro.

A livello politico, sia nazionale che comunitario, qualcosa si muove e non solo nelle parole di quell’ex sindaco di Firenze oggi Presidente del consiglio del paese a guida del semestre europeo.

Già da gennaio 2014 infatti a Davos è stato istituita la Startup Europe Partnership, che a detta di Alberto Onetti ,presidente della fondazione Mind the Bridge e coordinatore dell intera operazione ha un solo obbiettivo: sostenere la crescita delle start up e la creazione di imprese europee nel campo delle nuove tecnologie che siano in grado di competere a livello globale.

Le start up hanno difatti bisogno di sfondare il soffitto di vetro che le separa dalla crescita sia dimensionale che internazionale. Serve però per questo un cambio di mentalità”.

Cambio di mentalità che sembra possibile anche in Italia come si può vedere dall’esperienza di I3P l’incubatore per start up del politecnico di Torino posizionatosi quindicesimo per il 2014 nella classifica mondiale dei migliori  incubatori universitari dall’ente di ricerca svedese Ubi index dove i criteri di valutazione sono: impatto sull’ecosistema, attrattività dell’incubatore e valore per le aziende.

E allora se ci sono  le condizioni politiche, culturali e economiche(la sola regione Lazio ha appena stanziato 10 milioni per il finanziamento diretto di start up)perché continuiamo a chiamarci Ficarra Lo Cicero e  Dellatana e non Zuckemberg Bezos o Dorsey?

Semplice. In Italia non esiste un raccordo che colleghi adeguatamente tutte queste esperienze con le risorse a disposizione mentre risulta invece sempre più evidente l’inadeguatezza dell’apporto(per quanto presente in parte soprattutto in realtà locali) di istituzioni quali confindustria e ancora più di confindustria giovani.

Gli Usa hanno un intera regione che svolge questa funzione oltre ad un rete fittissima di accordi interstatali tra università ,imprese e giganteschi fondi di investimento. Londra,che non sembra essere cosi gelosa delle proprie tradizioni con l’Orenge County come che con Bruxelles,ha inaugurato quest’anno la FinTech City,un intero grattacielo(già pieno di sviluppatori italiani tra l altro) dedicato esclusivamente alle start up applicate alla finanza.

A Roma con la somma dei metri quadrati di tutti gli incubatori e acceleratori per nuove impresa, tra uffici, spazi di coworking, sale conferenze e garage per i dirigenti ,non si rimedia un campo di calcio, col rischio di finire ancora una volta tutti contro tutti , portieri volanti e tutta colpa di Balotelli.

Scritto da Gabriele Zavaglia

Gabriele Zavaglia

Ariete (non praticante) con velleità intellettuali e pontificali. Studente emerito di giurisprudenza a Roma3 e irriducibile contestatore dei finali antimeritocratici e liberticidi dei cartoni della Disney . non si perdonerà mai di non aver fatto in tempo a rinnovare l abbonamento della Roma.