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Cosa c’entrano le “Preziose” con i Giovani Democratici?

Cosa c’entrano le “Preziose” con i Giovani Democratici?

Ormai qualche settimana fa mi e vi chiedevo qui su Patrioti quali avrebbero potuto essere i termini essenziali di un discorso pubblico delle donne in Italia, se al netto di tutti i percorsi avviati dagli anni ’70 in poi, avesse senso pensare la Politica come un Due, se esistesse una neutralità falsata nel linguaggio, se l’irruzione di genere tra gli scranni parlamentari e comunali avesse effettivamente comportato una rivoluzione copernicana nell’amministrazione e se si, in nome di che cosa. Ho provato a cercare le parole, senza tener troppo in conto quanto già detto e pensato da chi mi ha preceduto (e ancora mi precede a buon diritto).
Ora, proprio ieri, a villa Osio, la Segreteria romana Gd ha messo in discussione un documento dal titolo i Giovani Democratici del Futuro, un testo problematico, interrogativo, per tentare di capire su quali binari incardinare l’azione degli under 30 del Partito. Anche qui tante domande, alla ricerca di parole nuove.

Un’analisi a lungo raggio delle linee d’azione di un pezzo di Partito tanto importante, non può che partire dal considerare l’irruzione generazionale e di genere nelle istituzioni cittadine consumatasi nelle ultime tornate. Generazionale, penso alla mia giunta in XV Municipio, di genere, le tante donne elette nelle nostre liste. In secondo luogo, non si può prescindere dal verificare l’effettività del c.d. diritto alla città, ovvero un diritto alla cittadinanza attiva, alla progettazione condivisa dello spazio politico per eccellenza, la polis, alla partecipazione e alla costruzione di una memoria storica di Roma.

E allora, un nuovo papiro sulla Giovanile, una tesi congressuale, un nuovo essai e più autocentrico del solito? No, solo qualche spunto in ordine sparso (e teorico), en attendant les vacances.

1. Cos’è la città?

Per chi fosse in procinto di partire per Parigi, consiglio vivamente di prendere il treno in direzione sud-ovest, verso Rambouillet. Lì visse Catherine de Vivonne, marchesa di Rambouillet, colei che a fine ‘600 sfidò mondanamente la Corte dei Re di Francia, conquistò un primato salottiero, diede il via a nuove esperienze culturali a metà tra gioco e innovazione (es. la Carte du Tendre). Come? Ricevendo i suoi ospiti nella sua camera da letto. Non si fraintenda, dei suoi amanti si sa poco, e non era nemmeno questo gran splendore, conta il fatto che a dispetto della tradizionale divisione delle abitazioni, con appartamenti privati separati e distinti, e spazi per gli ospiti ampi e ridondanti, Mme de Rambouillet sviluppò e estremizzò una tendenza dell’abitare femminile trasversale: la deprivatizzazione degli spazi o la creazione di luoghi intermedi tra pubblico e privato senza soluzione di continuità. Lo stesso avrebbero fatto a Bologna nel ‘700 vedove del popolino, mettendo in piedi forme primitive di co-working, non distinguendosi infatti la casa dalla sua funzione pubblica.

Deprivatizzazione, non stalinismo, né centro sociale antagonista. S’intende una tendenza, un modo di abitare e di vivere la città, soprattutto, una garanzia di libertà. Nell’800 infatti, trionfo borghese, tutto sarebbe stato recintato e la donna, da camminatrice sempre presente per le vie, sarebbe diventata custode di una proprietà altrui, ben definita: pensate a Papà Grandet che ogni sera chiudeva a chiave la dispensa o ancora alle scalate di Julien Sorel verso le stanze della pur più-libera-di-altre Mathilde.

E quindi? E quindi, un primo punto: la città è relazione, tanto più inclusiva quanto più vivibile come progetto condiviso, quanto più animata dalla presenza di tutti nelle vie, nelle case e nei luoghi pubblici di aggregazione. Se pensata diversamente, non è città, è un non meglio definito luogo di esclusione.

2. Report vs Rapporto

Se la città è relazione, quale può essere il compito primario di una Giovanile? Fare scuola di partito? “Formare classe dirigente”? Tentare di fare quello che a fatica fanno le correnti interne al Pd e con ben altri mezzi?

L’attuale governo, così come la segreteria, ci dimostrano che la formazione ormai è in faciendo, qualcuno inglesizza e parla di learning in the job spiegandoci che anche Frattocchie 2.0 deve ripensarsi. La Giovanile, di qui, con un governo di trentenni (si trentenni) non ha senso se intesa essenzialmente come fabbrica di amministratori locali, organizzazione che si estende in nuove unità e non in nuovi raccordi: non ha senso come copia dei grandi, per due ordini di motivi

Abbraccia una fascia di iscritti in fase transitoria, una di quelle fasi in cui in un anno e poco più ti cambia la testa, la prospettiva, e qualche volta cresci anche di 10 centimetri in pochi mesi.
Ammettendo come funzione principale quella formativa, si apre una voragine: in cosa consisterebbe il ruolo paideutico della relazione con il Pd (learning on the job), nei circoli e nei luoghi della decisione politica? Dove starebbe l’originalità del contributo che legittima l’esistenza dell’organizzazione?

La Giovanile-di-domani deve costruire connessioni, aggiungere l’aggettivo “cooperativo” a qualsiasi progetto intenda intraprendere, pensare insomma che cooperativo è ormai anche il metodo di ricostruzione di un assetto valoriale costituzionale aperto al mondo, non solo nei dibattiti universitari.

Nuovo terminale non deve essere il Partito (e la sua traduzione istituzionale) piuttosto i luoghi dell’esclusione della città: quei luoghi in cui prima ancora di poter parlare di tessera, serve spiegare cos’è una Carta d’Identità e a cosa da diritto. La Giovanile di domani fa formazione vivendo, andando ad ascoltare chi non ha mai parlato, aiutando a creare racconti nuovi, pensandosi come infrastruttura al servizio di una cittadinanza che ancora non c’è. È la differenza che intercorre tra una soluzione pensata dopo l’analisi del problema, e quella pensata nel problema, due approcci enucleati tra l’altro analizzando i diversi modi di porsi di uomini e donne, per dire.

3. Contributo di genere e doveri generazionali

Sono anni che il baricentro dell’azione amministrativa è venuto a posizionarsi sul concetto di qualità della vita (e forse lo si è già superato, chissà) considerando i corpi in movimento nella loro dimensione fisica [1], e il governo delle cose minute non secondario alle c.d. grandi opere. Lo si deve, a onor del vero, a tutta l’elaborazione fatta negli ultimi trent’anni nelle facoltà di architettura, di giurisprudenza, di economia, lo si deve alla Nussbaum e a qualche premio Nobel. Lo si deve infine a chi ha ha pensato il tempo come bussola delle politiche urbane: fu così infatti che la quotidianità divenne “circostanza” e non più “sequenza”.

Come deve porsi una Giovanile in un quadro teorico così rinnovato rispetto alle esperienze passate? Deve anzitutto conoscere, lavorare sulla dimensione fisica dell’urbano come una squadra di parkour; pensarsi come spazio e non come comunità, dal momento che comunità non è nemmeno più la città, e va ricostruita. Capire che se il campo di gioco è “il quotidiano”, le possibilità di incidere non hanno nulla da invidiare a quelle di realtà politiche più consolidate (e anzianotte), che andando a conoscere, vivere e abitare i luoghi dell’esclusione potrà contribuire a costruire la città nei non-quartieri, abbandonare una struttura eccessivamente accentrata e realizzare nei fatti la cosiddetta autonomia della giovanile che oggi è per lo più il settore under 30 di una precisa corrente, votata a replicare discorsi già pensati se non anche pensieri.

Non so se vi è mai capitato di parcheggiare nelle strade adiacenti Porta di Roma, ecco, quello è un non-quartiere. E a chi spetta abbattere quel “non”? A chi esplorare? A chi camminare (che poi “camminare” è già in sé un atto di progettazione)? A chi abbattere muri come avanguardia oggi e istituzione domani? A chi trovare tra le pieghe del quotidiano, del piccolo gesto, la chiave per riordinare un mondo così confuso, un diritto tanto disarticolato e un’Europa così irrisolta?

A occhio a noi ma senza proporre pratiche già fallite: copiare non è reato ma non è nemmeno una gran furbata a lungo andare.

To be continued…

[1] “una città a misura di bambino, una città a misura di tutti”, e prima si diceva “una città a misura di donna”

Scritto da Benedetta Rinaldi Ferri

Benedetta Rinaldi Ferri

21 anni. Studio Giurisprudenza a Roma Tre. Democratica e militante. Ora e sempre #RomaNord.