•  
  •  
Cittadinanza europea nella Buona scuola

Cittadinanza europea nella Buona scuola

Con l’aggravarsi della situazione internazionale, la politica estera guadagna terreno sui media. Un bene, certo. Ma anche un’occasione per accorgersi del grado di approssimazione con cui si affrontano problemi nevralgici di livello planetario come il terrorismo, le sovranità nazionali, i conflitti. Se questo sembra un assunto sprezzante, non scientifico, si dimostri il contrario: che c’è una diffusa, approfondita, non ideologica conoscenza delle questioni di politica estera; sia tra rappresentanti sia tra rappresentati, tra lettori e redattori (fatte salve luminose eccezioni).

In Tv, giornalisti, esperti a vario titolo, politici – complice sicuramente la semplificazione cui costringe il mezzo – spesso ripetono concetti già sentiti; oppure insistono sul gusto della provocazione, magari piegando a scopi elettorali o mediatici gravissimi problemi di equilibrio mondiale; ancora amplificano i fatti, sfiorando tal volta l’allarmismo alla Vojager (lo stesso che ci fa temere l’estinzione del genere umano per un aumento del bradisismo in Papua Guinea). E poi non dimentichiamo le discussioni al bar – dove, sia detto per inciso, si radunano spesso fior fiore di professionisti – e quegli argomenti del tipo: “in Germania si fa così, in Francia cosà”; “no, guarda, in Francia ci sono stata: non è esattamente così, ma nemmeno cosà”. E via poi tutti a googolare per approfondire. In ultimo, non va trascurato il fisiologico disinteresse generale sui temi di politica internazionale, in realtà diffuso anche al di fuori del nostro paese.

Sarebbe utile approfondire le cause del fenomeno: perché ci capiamo così poco di politica estera? Perché ci interessa così poco? Escludiamo a priori, la risposta passepartout per aprire le porte di molti difetti del DNA nazionale: il provincialismo, che, come ogni luogo comune, probabilmente nasconde un fondo di verità, ma da sé non basta. Forse perché scontiamo una storica debolezza sullo scacchiere internazionale? Ma, se dovessimo maturare solide conoscenze e frequenti aggiornamenti solo negli ambiti in cui siamo forti, allora perché saremmo grandi appassionati di calcio anche quando usciamo dal mondiale alle eliminatorie?

Forse non siamo molto competenti perché, come in tanti ambiti – come il turismo, la scuola – vige la convinzione secondo la quale la documentazione sul web, la lettura dei giornali o un’esperienza concreta – un tour delle capitali europee, essere stati alunni – guadagna un grado di conoscenza sufficiente per esprimersi con competenza? Forse perché ci interessa solo quello che ha una diretta ricaduta sulla nostra quotidianità? Ma c’è ancora qualcuno che non ha capito da che cosa dipendono i tassi per i mutui o il prezzo della benzina?

Il problema, si capisce, è di carattere culturale. Se l’analisi della genesi è complessa e fuori dalla portata di questo ragionamento, assai modesto e basato su conoscenze in media nazionale, si possono però osservare demoscopicamente le conseguenze. Uno. Il disinteresse e/o l’ignoranza negli affari esteri favoriscono la polarizzazione delle posizioni nelle dinamiche della vita quotidiana che sono influenzate dalle scelte delle politiche internazionali: e allora tutti pacifisti, da una parte, tutti contro i migranti, dall’altra. Due. Forse proprio dalla scarsa conoscenza e dall’inesistente interesse degli affari che superino i confini nazionali dipende anche la debolissima consapevolezza dei diritti e doveri da cittadini europei. E, certo, il fatto che l’UE non abbia ancora una politica estera comune non aiuta.

Guardando al futuro, difficile non pensare ai giovani ancora così radicati – pochi di loro studiano lontani da casa – in particolare a quelli euroscettici. D’altronde interesse e conoscenze sull’Europa, sul mondo, vengono forse dall’esempio degli adulti? Dalla scuola? Poco. Poco perché la geografia è ancella dei saperi tra i banchi italiani (non più di due ore alla settimana, tra medie e superiori; totale assenza in alcuni indirizzi) pure al netto delle lodevoli intenzioni degli ultimi interventi di recupero a riguardo. Eppure servirebbe tanto a questi ragazzi che, se non hanno più il mappamondo in camera, sicuramente usano googlemaps diverse volte al giorno. Servirebbe al pari di Cittadinanza & Costituzione per gli approfondimenti sulle istituzioni europee e gli organi sovranazionali.

Allora, vista la nuova fase di consultazione con il mondo della scuola aperto ieri dalla pubblicazione del documento La buona scuola, perché non ragionare, in tanti, con diverse competenze, su come sviluppare quelle competenze di cittadinanza europea dichiarate in ogni Piano dell’Offerta Formativa, ma nei fatti spesso neglette? Su come potenziare conoscenze e interesse nelle vicende internazionali, facendo diventare i figli più preparati dei loro genitori, i nipoti dei loro nonni? Magari non è l’aumento delle materie di insegnamento a risolvere il problema, magari serve un nuovo indirizzo di studi, magari si può risolvere diversamente, ma parliamo di questo, o anche di questo, e non sempre e solo ciò che riguarda gli insegnanti (scatti di anzianità, reclutamento).

Proposte, non lamentele. Con un obiettivo solo: formare cittadini europei consapevoli, con mappe mentali vaste, che sappiano vivere bene istituzioni e occasioni  offerte anche fuori dal loro paese. E – perché no? –  che sappiano capire come modificarlo, in modo creativo. Arricchire, cambiare, vivere la loro comunità. Che non è solo nazionale.

Scritto da Manuela Sammarco

Manuela Sammarco

Docente di lettere alle superiori. Democratica di lunga data. Pubblicista