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Ciao Enrico

Ciao Enrico

Trent’anni fa Enrico Berlinguer se ne andava dopo un difficile comizio a Padova. Erano gli anni della massima espansione del PCI, erano gli anni successivi al tentativo del compromesso storico e alla morte dell’altro grande protagonista di quella fase: Aldo Moro.

Al Segretario di origini sarde la sinistra italiana è legata a doppio filo. Un filo di memoria, di idealità, di modo di concepire il Paese, il Partito e la Politica. Un filo anche – forse soprattutto – emotivo che non gli permette (ancora) di parlare del grande leader con il distacco analitico di chi vorrebbe parlare dell’uomo politico e non del santino che tutti portano in giro. Noi non saremo nostalgici insomma.

Come sintentizzato efficacemente sull’Avanti, “Da segretario del PCI, Enrico Berlinguer elabora la strategia del compromesso storico nel 1973 subito dopo il colpo di stato in Cile, convinto che non si possa governare col 51 per cento, ma solo in Italia a causa della presenza di un forte partito comunista. Sogna un eurocomunismo che non esiste, una terza via tra socialdemocrazia e comunismo insostenibile, considera conclusa la spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre solo dopo il colpo di stato in Polonia del 1981. Rompe l’unità nazionale, dopo avere sostenuto la linea della fermezza durante il caso Moro, e si avventura in una linea di estrema intransigenza fino a sposare l’occupazione della Fiat e il referendum sulla scala mobile, esaltando il quale in un comizio a Padova muore improvvisamente a pochi giorni dalle elezioni europee del 1984”.

Eppure il ruolo del PCI nell’espansione della democrazia è stato determinante, così come la responsabilità dimostrata durante la fase del rapimento Moro è un atto sia di realismo, che di grande maturità politica per un partito che – seppure solo (?) formalmente – ambisse alla rivoluzione. Argine fondamentale al terrorismo brigatista, il PCI di quegli anni tuttavia non riuscì a tagliare completamente i legami con una certa retorica.

Ecco perché il recentissimo documentario che Walter Veltroni ha realizzato su di lui è certamente affascinante e utile a ricostruire alcuni aspetti, forse quelli più privati, del leader comunista (sì, comunista, fieramente comunista, dire il contrario è fuori dalla realtà) è tuttavia assolutamente inutile storicamente per dirci qualcosa su Enrico. Resta un interessantissimo documento su come Enrico Berlinguer è stato metabolizzato, specialmente dalla generazione di Veltroni, tra gli ultimi figiciotti. Non parla di Berlinguer, parla della percezione di Berlinguer: è una agiografia laica, che ci dice più sull’autore e il suo intento che non sull’oggetto del suo lavoro. E va bene così, purché si sappia.

Seppur con un approccio analitico non completamente soddisfacente, è più utile il libro di Francesco Piccolo: “Il desiderio di essere come tutti”, che rompe con la lode, senza per questo voler rinnegare l’affetto per il padre nobile della sinistra italiana. Non pretendiamo qui di fare neppure lontanamente una analisi dell’operato e della figura del segretario del PCI, vogliamo ricordarlo come un uomo che aveva degli ideali e delle strategie politiche, che ha fatto delle scelte e che esse possono essere discusse liberamente, e che forse gli si rende un omaggio più sincero. In fondo come diceva Gramsci: “la verità è sempre rivoluzionaria”.

Scritto da Lucandrea Massaro

Lucandrea Massaro

Classe 1980, studi in Storia e Scienze delle Religioni a Roma Tre. Giornalista professionista dal 2010, ha collaborato con Radio Rai per diversi anni. Democratico e maggioritarista ha collaborato col Comitato referendario contro il Porcellum. Ha scritto di politica su: Europa, Gazebos, Qdr e Ateniesi. Sogna un bipartitismo all’americana anche per l’Italia.