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C’era una volta l’educazione civica

C’era una volta l’educazione civica

“Ma perché occupate?”

“Occupiamo perché stanotte è uscita una legge che privatizza questa scuola”.

“Questa qua? Stanotte?”

“Sì”.

Questo illuminante dialogo è realmente intercorso tra un alunno di terza classe, istituto superiore, e la sottoscritta. Terminata l’occupazione, come intervento didattico di urgenza, due ore sull’iter legis, ovviamente. Beata ignoranza! Un provvedimento varato in una sola notte! Nel sistema bicamerale perfetto! Certo, colpa mia: è il docente di storia che deve curare l’insegnamento dell’educazione civica, ora Cittadinanza e costituzione. Ma a mia discolpa ricordo quanto segue.

L’educazione civica nelle scuole è stata fortemente voluta da Aldo Moro, nel lontano 1958. Molti dei lettori lo ricorderanno: due ore al mese alle scuole medie e superiori, a carico sempre dell’insegnante di storia, senza voto (cioè lasciata alla nota buona volontà di preadolescenti e adolescenti). Questo blando insegnamento è stato modificato, nel  nome e nelle modalità, diverse volte nel tempo, ma mai è diventato una materia incisiva. Oggi si chiama “Cittadinanza e Costituzione” (di seguito C&C) ed è affidata (ancora) agli insegnanti di storia e diritto, dunque, visti i numeri delle cattedre di diritto, prevalentemente ai primi, che, sia detto di passaggio, non hanno mai sostenuto un esame di diritto nel loro corso di studi. Così facendo l’educazione civica viene assimilata alla cosiddetta cultura generale, nella vulgata competenza specifica dei professori di lettere.

Ora accade che le ore di storia alla settimana previste dal riordino di licei e istituti tecnici d quattro anni fa siano solo due. Tre ai licei, ma al biennio la storia è materia unica con la geografica. Due ore alla settimana per studiare assieme a ragazzi, o meglio per appassionare studenti totalmente disinteressati, archi temporali che coprono spesso più di mille anni. Più le verifiche, più le assemblee di classe, più il recupero delle insufficienze in itinere, cioè in classe, perché spesso non ci sono soldi per il corso di recupero di storia, “abbia pazienza: lo faremo di matematica e di inglese, ma non di storia”. E così l’insegnamento della ex educazione civica è spesso vissuto con profondo senso di colpa dal docente che sul libro, alla fine di ogni capitolo, che ne so? La rivoluzione francese o La lotta per le investiture, trova un approfondimento sui diritti fondamentali o sullo laicità dello stato. E vi giuro: lo vorrebbe leggere in classe. Sinceramente. Ma spesso non ci riesce. Ecco, oggi C&C è un senso di colpa. E diciamo che questo sentimento è pure l’ultimo dei problemi.

Il primo dei problemi mi sembra l’ignoranza della Costituzione, dei diritti e dei doveri del cittadino, del funzionamento delle istituzioni: questa carenza, oltre a mancare un obiettivo fondamentale stabilito dall’Europa a Lisbona anni addietro, è una delle cause della totale assenza di senso dello Stato nelle nuove generazioni, di una divaricazione sempre più ampia tra politica e cittadini, tra linguaggio della politica, avvertito come sempre più tecnico e incomprensibile, e vita quotidiana. Tutto quello che non si capisce è nemico, corrotto, da combattere. Sostanzialmente viene meno in questo modo uno dei prerequisiti fondamentali della partecipazione democratica: l’informazione, la consapevolezza delle strutture e dei meccanismi democratici e l’affezione allo stato, che non si deve solo per omaggiare i padri risorgimentali e il comitato di liberazione nazionale, ma perché è grazie a esso che diritti, doveri e libertà di tutti sono tutelati, pure al netto dei limiti della macchina amministrativa.

Eppure, questo vuoto di memoria o di conoscenza delle norme fondamentali della cosa pubblica è sempre più spesso tollerato, in una situazione di emergenza educativa complessiva. Mi chiedo tra gli insegnanti, tutti, non esclusivamente quelli di storia, quanti comunichino sempre rispetto per le istituzioni. Una corresponsabilizzazione più diffusa, allargata a tutti i docenti, per sviluppare percorsi di cittadinanza sarebbe necessaria (so bene che in alcuni istituti c’è, ma è, come molte altre cose, lasciata alla buona volontà dei singoli). Utile, forse, anche uno studio dedicato al tema, nel percorso di formazione degli insegnanti di qualsiasi classe di concorso.

Ma pure lasciando da parte rivolgimenti profondi di questo tipo, una soluzione, banale ma operativa, potrebbe essere quell’elemento che mancava all’inizio, persino con Moro: una valutazione dedicata all’insegnamento di C&C, cioè un voto a fine anno sul cartellone degli scrutini. Magari a carico dell’insegnante di diritto. Una soluzione da prof, vero? Anche da Dirigente scolastico, visto che già alcune scuole lombarde, nella loro autonomia, hanno adottato questa soluzione. Lo so: i costi sono alti e siamo in tempo di crisi; lo so: il carico di ore di lezione in classe per i ragazzi è già oneroso. Ma è un dato che lo studio domestico degli studenti è in calo. E poi si tratta di priorità. Mi sembra che l’emergenza educativa che abbiamo davanti sia grave tanto nelle competenze linguistiche, logico-matematiche, quanto in quelle di riconoscimento del contesto sociale e civile in cui viviamo. Il rischio è quello di avere cittadini inconsapevoli.

Scritto da Manuela Sammarco

Manuela Sammarco

Docente di lettere alle superiori. Democratica di lunga data. Pubblicista