•  
  •  
Battere la corruzione

Battere la corruzione

Corruzione, corruzione, corruzione. Questa parola riecheggia incessantemente, domina telegiornali, quotidiani, dibattiti pubblici, discussioni quotidiane. Nella narrazione prevalente di una nazione in declino che oggi con fatica tenta di risollevare con orgoglio il capo la parola corruzione risuona minacciosa, quasi a volersi ergere come un ostacolo insuperabile e temibile che paralizza ogni possibilità di riscossa civile, morale, umana e politica.

Non vi è stato governo o altro organo costituzionale che non abbia dedicato parole di fuoco alla corruzione, parole a cui purtroppo non pare siano sempre seguiti fatti volti a dare una risposta adatta al problema. Vi sono infatti due letture prevalenti del fenomeno corruzione che oggi più che mai dimostrano i loro limiti: da un lato la lettura – per la verità obsoleta – secondo cui l’Italia sarebbe un Paese “naturalmente” portato alla corruzione per motivi etnici e sociali, quasi a voler dare una ragione postuma ai teorici del positivismo criminologico (si vedano gli studi di Lombroso, Garofalo e altri sull’uomo “naturalmente” delinquente), lettura che oltre ad essere discutibile si limita a prendere atto con rassegnazione della situazione e a non fornire alcuna soluzione. Dall’altra parte abbiamo una lettura per così dire “reazionaria”, secondo la quale l’unico modo efficace per combattere la corruzione sarebbero pene draconiane e severissime, dato che al momento – secondo i teorici di tale visione – l’ordinamento giudiziario sarebbe troppo morbido e tollerante nei confronti del fenomeno.

Entrambe le letture sopra descritte contengono sicuramente una piccola parte di verità; quel che preme far notare, però, è l’assenza di una domanda fondamentale: perchè ad ogni livello, non solo quello politico che è quello che gode di maggior risonanza mediatica, si pratica la corruzione? Perché la corruzione è come un olio che viene utilizzato per ungere gli ingranaggi del motore-sistema e farlo funzionare secondo i desiderata di chi lo riversa. La pesantezza eccessiva dell’apparato statale e la burocrazia opprimente spingono il singolo individuo a cercare vie traverse per dare risposta ai propri bisogni: sono imprenditore e ho bisogno di lavorare, la procedura degli appalti è troppo farraginosa, passo una mazzetta a chi di dovere e sono a posto. Devo aprire un chiosco in un parco, la trafila è eterna, do una bustarella alla persona giusta e magicamente il problema è risolto. Ancora, più banalmente, per avere accesso a un servizio dove so esserci una lista d’attesa infinita pago un supplemento in danaro (ovviamente non dovuto, ndr) perché così vado automaticamente in cima.

Purtroppo questo è un circolo vizioso che danneggia la collettività, perché naturalmente scorciatoie e scappatoie di questo tipo vanno a scapito sia del bene comune che del corretto funzionamento della macchina statale, che viene forzata ad adeguarsi alle tante “spinte ad personam” che provengono dall’esterno, pregiudicandone lo scopo naturale di servizio per la cittadinanza nel suo complesso. E non è con la rassegnazione e nemmeno con il ripristino della forca che il problema può esser risolto; se da un lato è necessario andare alla radice del problema combattendone le cause profonde (come sembra voler fare ad esempio l’attuale governo in materia di snellimento della burocrazia e di semplificazione statale, costruendo una nozione di “stato amico” che è una delle chiavi di volta per ridare vigore al concetto di nazione intesa come collettività unita e coesa), dall’altro è necessario ora più che mai assimilare la lezione di un grandissimo italiano quale fu l’illuminista Cesare Beccaria: la solidità dell’apparato giudiziario non si fonda sullo “splendore dei supplizi”, ma sulla prontezza di reazione dell’ordinamento contro i fenomeni criminosi. Pene efficaci (severità draconiana ed efficacia della pena non coincidono in automatico) e prontezza di reazione sono la base da cui ripartire. E alla fine della fiera, forse potremmo persino scoprire che siamo un Paese molto migliore di come veniamo dipinti (e di come ci dipingiamo).

Scritto da Matteo Maltinti

Matteo Maltinti

Nato a Bologna (quasi) ventidue anni fa, studente di giurisprudenza, dipendente CISL, iscritto PD, stravede per Lyndon Johnson e De Gasperi. Appassionato di politica da sempre, ama i R.E.M. e Neil Young.