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Amo l’Italia, accolgo gli stranieri. Un controsenso?

Amo l’Italia, accolgo gli stranieri. Un controsenso?

I grandi flussi migratori, le fusioni di popoli diversi, sono tra i fenomeni più evidenti della nostra epoca. E sono anche un argomento scottante di dibattito politico. Alle ultime elezioni europee, la paura dei migranti e la voglia di chiudere i confini sono stati i principali ingredienti del successo di formazioni come il Front National, l’Ukip o il Partito del Popolo Danese. Soggetti che, non a caso, si presentavano come “difensori della Patria”. E attingevano al repertorio dell’orgoglio nazionale, dell’indipendenza, della sovranità del popolo, con una dimestichezza che oggi, purtroppo, solo la destra sa sfoggiare.

Intanto, qui in Italia, un uomo del Viminale propone di rendere cittadini tutti i figli dei rifugiati che siano nati sul suolo italiano.  A beneficiarne sarebbero poco più di duemila bambini. Ma sarebbe un gesto clamoroso. Questi bambini non sarebbero cittadini italiani in base alla loro discendenza di sangue, ma al luogo in cui sono nati. In cui i loro genitori hanno scelto di farli nascere, o hanno lottato per farli nascere, o al limite hanno accettato di farli nascere. L’Italia non sarà la loro patria di sangue, in modo quindi essenzialmente casuale, ma la loro patria d’elezione. Ma non è la prima volta che accade. La legge lo prevede già per i bambini che nascono in Italia da stranieri che non li riconoscono, o che nascono in Italia essendo apolidi.

Il ragionamento è questo: proprio come gli apolidi, i figli dei rifugiati si trovano respinti o addirittura minacciati dal paese d’origine dei loro genitori. Nascono nel vuoto, senza una terra che li accolga, in cui possano sentirsi a casa. Questo vuoto può durare potenzialmente quanto tutta la loro vita, dunque l’Italia lo colma, aprendo loro le sue porte e crescendoli come Italiani.

Al di là del singolo caso di cronaca, c’è un tema più vasto su cui riflettere. Una vera prova del fuoco per chi vuole essere un “patriota di sinistra”.

Quando un bambino nasce qui da genitori stranieri, qual è la reazione che testimonia più amore per l’Italia, più fede nei nostri valori, più orgoglio per la nostra cultura? Lasciarlo fuori, continuare a ritenerlo un estraneo, un parassita o addirittura una minaccia? O accettare la sfida e farlo entrare nel popolo italiano, perché cresca anche lui con i nostri grandi valori, con la nostra splendida cultura, e sia un membro attivo delle nostre bellissime istituzioni?

 

Certo, se pensiamo che i valori italiani siano fragili, che la cultura italiana sia in decadenza, che le nostre istituzioni non siano degne di rispetto, il figlio dello straniero ci apparirà come un virus di un’altra cultura che darà loro il colpo di grazia.

Ma se andiamo fieri della nostra scuola, della nostra sanità, della nostra arte e del nostro volontariato, della nostra generosità, del nostro ingegno, dei nostri stili di vita, ma soprattutto della nostra Repubblica democratica, non abbiamo nulla da temere dal figlio dello straniero. Farlo entrare nel nostro popolo non è un pericolo per noi, ma un’occasione unica per lui.

Questo non vuol dire chiudere gli occhi sui problemi dell’Italia. Anzi, a maggior ragione, dobbiamo sforzarci per risolverli, così l’ingresso nel nostro popolo sarà un’occasione ancora più unica.

E in effetti, guardando la storia dell’Italia, lo schema è sempre stato questo. Dall’antica Roma abbiamo conservato il diritto, la letteratura, l’architettura, che si sono mescolati con le usanze e con i gusti dei molti popoli arrivati nella nostra penisola. Abbiamo conservato il mito della Repubblica, tentando di ricreare questo “governo perfetto” in più occasioni, dal Medioevo al Risorgimento, secondo la sensibilità ed il progresso di ogni epoca. Siamo stati a lungo sottomessi, a livello politico, ma a livello culturale siamo stati sempre noi a conquistare i nuovi arrivati. È proprio l’assenza del sentimento patriottico a farci avere timore dello straniero e della contaminazione con i suoi costumi. In passato, l’Italia sapeva di essere il cuore della civiltà. Chiunque venisse ad abitarci poteva solo diventare più civile. Oggi non possiamo più crederci superiori o pensare di “civilizzare” gli altri, ma non dobbiamo neanche cadere nell’eccesso opposto, ossia convincerci che non abbiamo più nulla di bello e di nobile da insegnare.

 

Già l’amore per il nostro passato dovrebbe bastare per renderci più accoglienti. Ma un patriota moderno non venera il passato: combatte per il futuro. Non considera l’Italia solo il Paese dei suoi padri, ma soprattutto il Paese dei suoi figli. Desidera a tutti i costi che i suoi figli vivano in un Paese meraviglioso, simile all’Italia di oggi, ma con più tutela dell’arte e dell’ambiente, con istituzioni più sane, con meno povertà. Se dunque lo desidera per i suoi figli carnali, non può non desiderarlo anche per i figli degli altri. Il patriota moderno crede che, se un bambino nasce oggi da genitori somali o siriani, ed entra nel popolo italiano, tra venti o trent’anni potrà vivere in un’Italia migliore.

Lo “ius soli” non è una legge spot per far contento qualche radicale. Presuppone un serio impegno e un’enorme responsabilità.

La Costituzione, però, ci viene incontro. Fu tra le prime al mondo a riconoscere e disciplinare l’esistenza degli apolidi, ossia a riconoscere che l’appartenenza ad uno Stato non è sancita una volta per tutte dal sangue o dagli antenati, ma che alcuni uomini possono essere “alla ricerca” di uno Stato cui appartenere ed hanno, entro certi limiti, la facoltà di sceglierlo. Noi diciamo: se non per sé stessi, lo si possa scegliere almeno per i propri figli.

Certo, ottenere la cittadinanza significa anche avere il diritto e il dovere di frequentare la scuola italiana. Una buona legge sullo “ius soli” deve assicurare che il bambino o i suoi genitori non siano costretti a lasciare il Paese per ragioni burocratiche o legali. La legge potrebbe, ad esempio, prevedere questa garanzia per i primi anni, per poi attivare la piena cittadinanza dopo l’inizio della scuola elementare.

Scritto da Emanuele Pinelli

Emanuele Pinelli

Nato nel dicembre ’89, poco dopo il crollo del Muro, studia Filosofia e nel 2013 approda al Dottorato presso l’Università di Pisa. Musicista, cantautore, conduttore di programmi radio sulle avanguardie, è da anni un sincero mazziniano.