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La Merica. Viaggio di un patriota a New York e dintorni

La Merica. Viaggio di un patriota a New York e dintorni

Ad inizio settembre (mi sembra già passato un secolo), sono stato una decina di giorni a New York. Tutto enorme a partire dal viaggio verso gli States e la Grande Mela. Cercherò di raccontarvi una esperienza, fatta di cose viste e riflessioni estemporanee.

Arrivato in America all’aeroporto internazionale di Newark osservo i miei compagni di viaggio, non solo stranieri – come me – ma gente normale che torna a casa. Si rovescia immediatamente la prospettiva, non sono più in Italia, non sono più a casa mia. Sbircio con curiosità i documenti di chi è di fronte a me alla rigida dogana USA. Il passaporto con l’aquila americana fuori, e con l’incipit della Costituzione stampata sulla prima pagina “We the People…”. Gli americani portano i propri valori ovunque vadano. Mi fa sorridere e riflettere sul carattere “religioso” che rivestono le istituzioni in America. Ovviamente la mia riflessione politica viene immediatamente stroncata mentre ascolto una giovane madre americana rimproverare un figlio troppo ansioso di superare la dogana. Al giovanotto di 5 o 6 anni la madre dice subito: “Nelson stai in fila, non siamo italiani”. Ecco subito marcata la differenza. Nelson sii americano, rispetta la fila, rispetta le regole. Come dargli torto?

Giorno 1
Tralascerò arrivo, doccia, e cambio. Passiamo a New York. Una delle prime cose che ho voluto fare era vedere il suo parco urbano più grande. Central Park. Dopo tutto quel volo e il tempo in aeroporto ho voglia di aria fresca, di verde, di natura insomma. Scopro immediatamente qualcosa su New York e il loro modo di fare le cose: il parco è co-gestito da una ONLUS. C’è spazio per l’iniziativa civica. Raccolgono fondi, aiutano a tenere pulito e funzionale il parco, fanno iniziative culturali. Bisognerà fare tesoro di questa prassi.

Parco

Sono arrivato a NY il 1° di settembre, quando si festeggia il Labor Day. Mentre passeggio per Central Park vedo come lo festeggia la working class dalle parti di Harlem o giù di lì. Come da noi, anche se dubito che a Villa Pamphili avremmo il permesso di portare l’occorrente per il barbeque, eppure decine di persone, per lo più afroamericani, cucinano salsicce e hamburger sulle rive del lago, mangiano e fanno casino. Altri organizzano educati pic-nic, ma questi sono più simpatici. Prendo – anzi prendiamo, non sono solo ovviamente – un paio di hot dog dal vicino carretto “Sabrett” e diamo il primo morso di americanità. Sembra quasi una sagra di paese.

picnic

Giorno 2
La più vasta gamma di bevande gassate che io abbia mai visto, l’ho vista in America. Ho deciso che tenterò dei timidi approcci. Oggi “Dr Pepper”. Dolce, non mi piace ma crea assuefazione. Come gli USA.

Non è una città perfetta, ma più o meno in tutta Manhattan ho visto un grande rispetto per la città da parte di tutti, poco vandalismo, niente cartacce. Pugno duro o mentalità diversa? Forse entrambe le cose. Mi piace, è accogliente per quanto può esserlo una città di questo tipo, con queste dimensioni e con questa frenesia. Però è così, mi ci sono subito abituato, e subito ho preso una delle abitudini locali. Andare in giro con il caffè di Starbucks. Io ho scelto come mia bevanda in questo soggiorno il “Pumpkin Spice Latte” (Autunno e Halloween sono alle porte…). Un caffelatte aromatizzato con cannella e zucca. Mi fa impazzire.

PSL

Nel frattempo mi accorgo di qualcosa di meraviglioso e straniante insieme. Tutto mi è familiare. I “cops”, le molte persone impegnate nel jogging lungo gli ampi marciapiedi o nel Parco, i ciclisti, le mamme con cane e passeggino, i “cub” giallo ocra e (a sorpresa) verde pisello, i ragazzi – numerosissimi – che in metro, al bar o al parco, leggono poderosi tomi in ebraico. O quelli “normali” che lo fanno in inglese sotto gli alberi di Bryant Park, proprio alle spalle della Public Library (quella di Ghostbuster per intenderci). Mi sono familiari come se fossero parte della mia vita. Di certo lo sono del mio immaginario. Questo accade perché – mi accorgo – sono al centro dell’Impero. Avevo avuto l’inizio di questa sensazione già mentre attendevo assieme alla mia ragazza l’interminabile imbarco da Fiumicino. Puntiamo subito la famigliola tipicamente ebreo-newyorkese di rito chiaramente liberal e io, cattolico romano di estrazione blue dogs, che ho voglia di farmi adottare. Perchè!? Chiara sudditanza psicologica.

library

Giorno 3
Nel regno del privato ad ogni costo ho trovato una metropolitana che funziona molto bene (almeno per gli standard italiani) che costa 30 dollari a settimana, vale a dire 100 euro al mese. Forse è questa l’equità della mobilità pubblica. Dare un servizio e farlo pagare. Da noi c’è il tacito accordo: non ti do nulla, ma te lo faccio pagare poco.
Ho trovato una public library aperta al pubblico e al turismo 7 giorni su 7. Ho trovato il Museo di Storia Naturale in condizioni ottimali in ogni sua parte, dai bagni ai reperti e alla loro valorizzazione e spiegazione. Questa è la chiave. Quello che hanno (poco o tanto che sia) lo sanno valorizzare perché è oggetto di studio e non viene dato per scontato. Come già accennato, anche Central Park è una vera e propria oasi di verde e di accuratezza. In tutti questi casi – fatta salva la metropolitana – al pubblico si affianca un privato sociale: donazioni, onlus, semplici appassionati che danno il loro contributo. Funziona perché esiste un senso del bene comune, della collettività. E da noi può essere solo scontro ideologico? Eppure in queste settimane sono partite a Roma, iniziative dal basso come il “retake”, non è quella una forma di privato che affianca il pubblico? Riflettiamoci.

Museo

Giorno 5 (non mi sono dimenticato il 4)
Alla Labor Day Parade si fa campagna elettorale per i candidati democratici alle elezioni locali a NY. Nella marcia si leggono cartelli come “Gli americani hanno bisogno di buoni lavori”, “L’Agenda delle Corporation? Eliminare la Classe Media” “Non staremo in silenzio” “la rabbia dei giusti” “qualcosa è marcito negli USA”. C’è rabbia e amarezza per un paese che sta uscendo dalla crisi, ma a quale prezzo? Evidentemente molto alto.
Le parate sono diverse da quelle del sindacalismo italiano, innanzi tutto sono aperte e scandite dal patriottismo, la cerimoniale marcia dei lavoratori lungo la 5th Avenue, si apre con l’inno Americano. E prosegue con la musica. In diversi tronconi del lungo corteo ci sono bande musicali. Da quelle dei lavoratori, a quelle scolastiche. Ordinati e festosi. Incazzati e patriottici. Gli elettricisti cattolici vanno in parata con il gonfalone di San Giuseppe lavoratore.
Apparentemente a NY hanno solo le componenti dello spettacolo che si susseguono in diversi gruppi organizzati: sindacato autori, truccatori, costumisti, attori, lavoratori delle sale cinematografiche. Si ci sono anche idraulici, insegnanti ed elettricisti, ma arrivano dopo, sulle Harley.

Parade

Capita che nel paese del Capitalismo, ti si avvicini una ragazza che vende il “Workers Vanguard”, un giornale socialista che titola (in quei giorni era un tema caldo) “Il razzismo del capitalismo americano” a proposito dei fatti di Ferguson.

Giorno 6
La scoperta di Whole Foods ha fatto vacillare la mia convinzione che non si possa vivere a NY se sei italiano, a causa del cibo. Intendo il buon cibo. Esso esiste ed è di “massa”. E’ organico, in imballaggi ecosostenibili e tutto sommato per gli standard americani non si spende una fortuna. Insomma scopro che tutto sommato Farinetti ha un approccio elitario, mentre Whole Foods è popolare (o quasi). E’ l’America, honey.

Sbrighiamoci che facciamo giorno…
Non farò una cronaca dettagliata, non frega molto a voi, non sarebbe utile a nessuno in realtà. Posso dire di aver trovato attenzione per le risorse che essi hanno, risorse umane, artistiche, organizzative, di mobilitazione. Non ho visto rassegnazione, l’America sta uscendo dalla crisi, ogni block aveva almeno un palazzo in ristrutturazione, per non parlare della ricostruzione del suo cuore: Ground Zero. Un monumento di grande impatto, la foto non rende, rende la grandezza di quel “buco” dove i nomi dei morti vengono portati dall’acqua verso un altrove silenzioso e maestoso. Ci sono sempre gli idioti che si fanno i selfie. Abbiamo percepito la sacralità del luogo, ce ne siamo andati in silenzio sapendo che lì si era consumata una tragedia, ma che non aveva impedito alla città di andare avanti.

groundZero

Un salto presso il nuovo Yankee Stadium (e l’immediato parallelo col nuovo stadio della Roma) è una bella esperienza. Vedere la partita della squadra principe del baseball americano è una cosa divertente anche per chi, come noi, capisce poco le regole, ma respira l’appuntamento che la città ha con la sua squadra col suo capitano (Derek Jeter, leader della squadra che ha portato alla vittoria di diversi campionati negli ultimi 5-6 anni), partita minore (contro i Tampa Bay) ma con diverse migliaia di persone presenti. Si va allo stadio anche per appuntamenti al buio. Per aggiornare le statistiche per la cosiddetta sabermetrica. Per guardare la partita e sperare di essere inquadrati dalle telecamere dello stadio. Si va per acclamare la propria squadra naturalmente e passare del tempo con figli e nipoti. Si fa tutto questo dopo aver cantato l’inno americano.

stadium

C’è poi Ellis Island, che in verità oltre ad essere un piccolo isolotto a 10 minuti di traghetto da Manhattan è anche il primo CIE della storia, dove mezza america cerca tracce della sua americanità. Figli di proletari in fuga dall’Europa, una quota significativa di americani ha qui la traccia dell’arrivo di nonni e nonne, o dei bisnonni ecco. C’è – annesso agli immensi locali dove venivano stipati i migranti in maniera spesso assai poco gentile – un museo della migrazione in America con le tappe della colonizzazione, i problemi e le sfide che questo ha comportato. Gli americani ammettono di aver invaso l’America e di averla sottratta ai nativi. Non che questo cambi molto, però è molto più di quello che hanno fatto gli italiani rispetto al riconoscimento delle stragi in Africa durante il Fascismo.

StatuaLibertà

Si torna a casa
Torno a casa dopo aver fatto una tappa presso la più patriottica delle città americane: Boston. Qui regna ancora l’aristocrazia democratica del paese. La sua élite con i suoi fiori all’occhiello: il MIT e Harvard. Qui tra i palazzoni si scoprono i luoghi della Rivoluzione. E’ qui che si è consumato il famoso “Boston Tea Party”, miccia dell’Indipendenza dal vecchio continente. Ho salutato il patriota Paul Revere, chiedendogli di darci la benedizione per cambiare il nostro di paese, l’Italia. Speriamo di avere fortuna…

Scritto da Lucandrea Massaro

Lucandrea Massaro

Classe 1980, studi in Storia e Scienze delle Religioni a Roma Tre. Giornalista professionista dal 2010, ha collaborato con Radio Rai per diversi anni. Democratico e maggioritarista ha collaborato col Comitato referendario contro il Porcellum. Ha scritto di politica su: Europa, Gazebos, Qdr e Ateniesi. Sogna un bipartitismo all’americana anche per l’Italia.