•  
  •  
Albania, le mie radici e il loro futuro

Albania, le mie radici e il loro futuro

Estate, tempo di vacanze. Con la mia famiglia decidiamo di andare in Albania. Essendo noi Arberesh (minoranza linguistica di origine albanese, presente soprattutto nel sud Italia), visitare questo Paese ha una importanza particolare, perché significa andare alla riscoperta delle nostre antiche radici. Inoltre, essendo l’Albania da poco candidata ad entrare nell’Unione Europea, questo viaggio ha un interesse ulteriore. La domanda che mi pongo è: l’Albania è davvero pronta ad entrare in Unione Europea? I dubbi sono tanti e in questo viaggio cercherò la risposta a questa domanda.

Arrivati a Durazzo l’impatto è davvero forte. Nel porto si viene assaliti da capannelli di rom che chiedono elemosina insistentemente, con una tale tenacia che mai avevo visto prima. Appena fuori dal porto sembra di essere catapultati nel sud Italia, dove regna un abusivismo edilizio senza regole: costruzioni disordinate e decadenti che sembrano inseguire freneticamente un fantoccio di progresso e che invece danno l’idea di forte degrado e incuria. La mia destinazione è Himara, a sud, lascio quindi Durazzo e mi dirigo verso la mia meta. La distanza è di circa 170km, che di per sé non sarebbero tantissimi. Peccato che l’unico pezzo di autostrada percorribile sia di una cinquantina di km! Finito tale tratto si sale. La stradina di montagna, tutta curve é ripidissima, mi porta a 1027 m sul livello del mare per poi riscendere. I panorami lungo il tragitto sono mozzafiato: altissime montagne che dolcemente si tuffano nel mare.

Lungo il tragitto si trovano numerosi bunker, fatti costruire dal dittatore comunista Enver Hoxha lungo tutta la costa e lungo i confini per difendere l’Albania da presunte minacce esterne. Dopo cinque ore di viaggio arrivo alla meta e la fatica è ripagata. L’antica parte di Himara è un castello diroccato, dove si trovano casette in pietra curatissime e da cui si gode un panorama sul mare splendido. Il contrasto tra la Kalaja (castello) e la parte nuova della città è tanto, ma essendo il castello patrimonio dell’UNESCO, deve essere mantenuto un certo livello di bellezza e attenzione verso il luogo. Dopo un paio di giorni di mare, scendo qualche chilometro più a sud, per visitare il castello di Alì Pashà di Tepelene, principe albanese del XIX secolo, a Porto Palermo. Attraversata la lingua di terreno, mi arrampico per la diroccata stradina che conduce al castello e dall’ambiente trascurato e decadente di tutto il resto ci si trova davanti a una piccola meraviglia tenuta con la massima cura e accortezza. Una piccola fortezza triangolare, con una torre ad ogni angolo, fatto costruire dal principe Alì Pashà per la moglie e utilizzato come zona militare durante la seconda guerra mondiale (a poca distanza da Porto Palermo c’è anche un tunnel per sottomarini) e come prigione durante il regime comunista. All’interno del castello stanno allestendo il necessario per un festival di musica techno finanziato dall’Unione Europea, segno dell’attenzione dell’UE per questo piccolo gioiello e della voglia di valorizzarlo. L’indomani si va al mare. Stavolta è più affollato e non è facile trovare parcheggio.

 

Tra le numerose macchine colpisce la quantità di Mercedes e BMW dalle targhe straniere, di albanesi che le hanno acquistate dopo essere emigrati quasi a voler ostentare la nuova ricchezza. Nella settimana che passo a Himara mi godo un po’ di spiaggia, tutta pietre ma con un mare cristallino che non ha nulla da invidiare alla Sardegna. Dopo tutto questo relax parto per un veloce tour di tre giorni in giro per l’Albania che mi porterà come ultima tappa a Tirana, la capitale. Parto la mattina abbastanza presto, perché il tragitto non è lunghissimo, un centinaio di chilometri, ma , data l’assenza di autostrade, sono costretta a percorrere tortuose e ripide strade di montagna che mi portano ad Argirocastro in quasi tre ore. Il panorama che si gode lungo tutta la strada è davvero incantevole, con le montagne che gettandosi nel mare non lasciano spazio neanche alla spiaggia e sparsi ovunque i soliti bunker del regime di Hoxha. Arrivata sulla cima di una delle colline sparse per tutto il paesaggio, tocca alla discesa e davanti a me si apre una ampia vallata ordinatamente coltivata. Sembra quasi una coperta pachwork!

A poca distanza dalla mia meta incontro tre posti di blocco della polizia. Lì per lì mi è sembrato un po’ strano, poi ho visto i cartelli stradali: eravamo vicini a Lazarat, un piccolo paese che da solo produce l’equivalente di circa metà del PIL dell’Albania, grazie alla coltivazione di marijuana. Mai fino ad ora la polizia era riuscita ad entrare nel villaggio, difeso come se fosse un fortino. Poco tempo fa pare, invece, che ce l’abbiano fatta e abbiano bruciato tutto…anche se la presenza di tutti quei posti di blocco fa pensare che qualcosa sia rimasto. Di lì a poco arrivo ad Argirocastro e scesa dalla macchina il paesaggio è molto familiare…sembra di stare in Calabria, ai piedi del Pollino!

Lasciate le valigie in albergo si va alla scoperta della città, anch’essa patrimonio dell’UNESCO per la presenza del castello e dei particolari tetti delle case, che al posto delle tegole sono ricoperti di sottili lastre di pietra. Dopo aver visitato il castello, da cui si gode una splendida vista sui tetti di Argirocastro, è la volta della casa natale di Enver Hoxha, trasformata in museo etnografico.

L’avversione verso il dittatore comunista è ancora molto viva, tanto che ogni volta che gli albanesi ne parlano si legge nell’espressione del viso e nel tono di voce un forte odio. Alcune case della città sono aperte al pubblico, in quanto, per la loro bellezza e particolarità, sono state dichiarate patrimonio culturale dell’Albania. Il padrone di quella dove entro spiega che durante il regime comunista tutti dovevano avere lo stesso, così la casa gli era stata tolta in cambio di un piccolo appartamento. Lo Stato, però, provvide al completo restauro della casa che, dopo la caduta del regime, tornò al legittimo proprietario. È una casa del XVIII secolo che conserva ancora molti elementi originali. Il primo piano, in legno, era per l’inverno con una netta divisione tra le stanze per le donne e quelle per gli uomini, che non potevano stare insieme. Il secondo piano, in pietra e più fresco, era invece per l’estate e presentava la consueta divisione degli ambienti. Il padrone di casa racconta che la città ha rischiato di perdere il riconoscimento UNESCO, perché diverse persone, all’inseguimento di chi sa quale idea di modernità, avevano iniziato a alzare di un piano le case togliendo inoltre i caratteristici tetti per sostituirli con banalissime tegole rosse. Sotto minaccia però i cittadini sono tornati a curare le particolarità della città e a conservare intatta la ricchezza di Argirocastro. Dopo la visita della casa mi giro tutta la città, che, in quanto città museo, merita di essere visitata in lungo e in largo. L’indomani mattina mi aspetta un altro viaggio reso lungo dalle strade non molto comode, quindi si va in albergo a riposare. Berat, la meta successiva, come al solito, non è lontana, ma il percorso non è per niente agevole, infatti ci si impiegano quasi quattro ore ad arrivare da Argirocastro. Oltre le consuete strade di montagna e un brevissimo tratto di autostrada, gli ultimi 40 km di percorso sono in ricostruzione quindi per metà sono asfaltati e per metà è tutto selciato e ci si impiegano quasi due ore per percorrerlo.

Una volta arrivata però scordo completamente la fatica di percorrere quel tratto di strada perché il castello di Berat è un vero gioiello. Dalla cura con cui è tenuto e l’attenzione ai dettagli si capisce subito che anche questo sito è patrimonio dell’UNESCO. Sembra che si abbia cura dei luoghi solo quando ci sono finanziamenti internazionali! L’unico peccato è stato non poter visitare le numerose chiesette aperte solo nel giorno del santo a cui sono dedicate. Trovo aperta solo la piccola cattedrale della Dormizione di Maria, in cui c’è un iconostasi in legno intagliato ricoperto in foglia d’oro che stupisce per la ricchezza di particolari. Fino alla fine del regime, qui era conservato il Codex Purpureus Beratinus, un antico testo dei vangeli risalente al VI secolo, scritto in caratteri d’oro su papiro rosso, ora conservato a Tirana. La mattina successiva, prima di partire per la mia ultima tappa, faccio un giro per la città. Le case di Berat sono case in tipico stile turco, con il primo piano che sporge rispetto al piano terra. Essendo costruite sulla parete di un monte ed essendo costruite molto vicine tra loro, camminando per le strade quasi non si vede il cielo. Dopo un veloce giro si parte verso Tirana. Il viaggio questa volta è più agevole, perché dopo aver percorso all’indietro l’infernale tratto di strada in ricostruzione, il tragitto è tutto in autostrada. L’impressione che si ha entrando nella capitale è quella di una città in costruzione. Ci sono infatti numerosissimi cantieri per la costruzione di altrettanti palazzoni ultramoderni che rischiano di risultare fuori contesto e rovinare la città. Tirana, come tutta l’Albania, può essere considerata un esempio di convivenza religiosa. A poca distanza tra loro, infatti, si trovano la cattedrale cattolica, quella ortodossa e la moschea sunnita.

A Tirana, inoltre, si trova la sede mondiale dei Bektashi, una piccola setta dell’Islam molto liberale, progressista e aperta alla modernità. La loro moschea è ancora in costruzione, molto imponente e quando sarà finita sarà un vero capolavoro tutta in marmo verde, il colore dell’Islam, e dipinta con colori vivaci. Pur non essendo completata si nota subito l’assenza del matroneo, quindi uomini e donne possono stare insieme anche all’interno della moschea, segno della mentalità aperta di questa setta. Girando la città non si può non notare uno scontro di architetture. Gli edifici più importanti e rappresentativi si dividono tra l’architettura fascista del periodo dell’invasione e quella comunista del regime di Hoxha. Come mi allontano da questi palazzi mi ritrovo tra costruzioni “dormitorio”, tutte diroccate e rovinate tirate su senza alcun ordine e spesso circondate da baracche usate come mercato. Finito il veloce tour della capitale l’indomani mattina si va a Durazzo dove mi aspetta il traghetto per Bari…

Questo viaggio mi ha portato alla scoperta dei luoghi da dove provenivano i miei avi e me ne vado avendo scoperto tantissime cose dell’Albania e con la voglia di scoprirne molte altre. È stato bellissimo ritrovare le mie antiche radici ed esplorare questo Paese, che, tuttavia, non credo che attualmente sia pronto ad entrare in Europa. La strada da fare è ancora tanta, le contraddizioni sono troppe e fortissime e se davvero c’è questa volontà da parte dell’Albania sia il Governo che i singoli cittadini dovranno impegnarsi moltissimo.

Scritto da Alessia Fortino

Alessia Fortino

Classe ’92, studentessa di Giurisprudenza con la strana malattia della politica. A 15 anni ho fatto la prima tessera del PD con l’idea di cambiare il mondo…un sogno che ancora conservo. Al mio circolo tutti aspettano con ansia le primarie per assaggiare i miei dolci, la pasticceria è l’altra mia grande passione.