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60 anni senza Alcide De Gasperi

60 anni senza Alcide De Gasperi

Per accostarsi oggi, nel 60esimo anniversario della sua morte, ad Alcide De Gasperi bisogna farlo in punta di piedi, senza pensare di poter dare risposte definitive o giudizi netti verso uno dei nostri padri della Patria. Davvero a lui possiamo tributare senza timore o remore questo titolo, lui che – all’indomani della Seconda Guerra Mondiale – prese in mano (e per mano) l’Italia e la fece uscire dalla crisi postbellica, avviò la ricostruzione materiale e civile del Paese. Difficile quindi capire come approcciarsi a colui che sembra quasi “senza peccato”, esempio vero di capacità di governo e di dedizione assoluta al Bene Comune.

Va innanzi tutto detto quello che egli era: un politico cristiano, più precisamente un cattolico e fortemente tale. Giuseppe Sangiorgi, che ha scritto il libro “De Gasperi, uno studio”, edito da Rubbettino, in una intervista odierna alla Radio Vaticana, spiega questo tratto:

“il messaggio di De Gasperi rivolto al mondo politico cattolico: i cattolici possono fare semplicemente una politica da cattolici, quindi con un di più di moralità, di onestà, di attenzione alle classi più disagiate, oppure possono fare una politica di ispirazione cristiana, che è un’altra cosa, più complicata, molto più impegnativa e anche molto più affascinante”. E aggiunge: “De Gasperi compie una trasformazione che la Chiesa non aveva mai accettato fino in fondo fino a quel momento lì. La Chiesa aveva finalmente condiviso l’idea di una democrazia sociale, ma De Gasperi trasforma l’idea di una democrazia sociale in democrazia politica: è un salto di qualità che la Chiesa ha sempre fatto con una certa difficoltà”.

E’ questo il contributo più importante che Alcide De Gasperi ha lasciato alle generazioni a lui successive, la sfida di appassionarsi di politica e di democrazia senza per questo dover lasciare a casa il proprio essere credenti. Questo stimolerà generazioni di cattolici a raccogliere questa sfida potente, portando così nuova linfa alle istituzioni liberali. Senza una operazione culturale di questo tipo ci sarebbe stato uno scollamento da parte della Chiesa rispetto alla Repubblica, invece grazie a questo salto culturale, si è creato uno spazio per il laicato cattolico, che lentamente ha preso coscienza di sé e della propria missione, fino alla crisi della Prima Repubblica e alla fine dell’unità politica dei cattolici con la dissoluzione della Democrazia Cristiana. Poi arriverà il “ruinismo” che è l’opposto di questa autonomia cercata e valorizzata da De Gasperi e che – forse – solo ora con Papa Francesco e i suoi continui appelli alla “sclericalizzazione” della Chiesa e della responsabilizzazione dei laici, si potrebbe tornare a quella stagione feconda in cui un punto di vista importante come quello rappresentato dalla Dottrina Sociale della Chiesa entrava a far parte del patrimonio collettivo anche dei non cristiani.

Dunque De Gasperi era un idealista? Certo, ma anche un serio politico conscio dell’etica della responsabilità. E’ un articolo di Pierluigi Castagnetti, su Europa, che ci spiega la posizione di De Gasperi di fronte alla Grande Guerra, da deputato triestino che – di spola tra Vienna e Roma – tenta di mantenere la pace nel centro Europa. Così l’ex presidente del PPI:

“Tutta la biografia del grande statista trentino non ha registrato salti e tradimenti, ma coerenza con quei principi (l’antinazionalismo, il pluralismo religioso, razziale e politico) forgiati nella prova, nel dolore e nel senso del tragedia vissuta personalmente in quegli anni, come si coglie bene nel suo ultimo discorso del 1918 nel parlamento di Vienna. In particolare lo ha dimostrato nella sapiente difficile conduzione del secondo dopoguerra italiano e nell’impegno a sconfiggere ogni traccia di nazionalismo attraverso l’avvio della costruzione dell’unità politica dell’Europa”.

Perché l’altro grande merito di Alcide De Gasperi fu quello di comprendere che la via per la pace – e dunque la prosperità – per l’Europa, fosse solo quella di una unità tra eguali, fatta di accordi, di commercio, di cessioni condivise di sovranità. Lui che tra i primi ipotizzò un esercito europeo e dunque una politica estera europea. Sempre con la consapevolezza che l’interesse nazionale non era sciovinismo, ma l’autentica cura contro altre inutili stragi. Una lezione ancora da apprendere fino in fondo, un esempio ancora oggi da seguire. Grazie Presidente.

Scritto da Lucandrea Massaro

Lucandrea Massaro

Classe 1980, studi in Storia e Scienze delle Religioni a Roma Tre. Giornalista professionista dal 2010, ha collaborato con Radio Rai per diversi anni. Democratico e maggioritarista ha collaborato col Comitato referendario contro il Porcellum. Ha scritto di politica su: Europa, Gazebos, Qdr e Ateniesi. Sogna un bipartitismo all’americana anche per l’Italia.