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I 6 errori che non ci faranno vincere la guerra contro il terrorismo

I 6 errori che non ci faranno vincere la guerra contro il terrorismo

Lo chiamano il nuovo 11 settembre. Dopo l’attacco al simbolo del capitalismo occidentale, le Twin Towers, l’attacco al simbolo della libertà di stampa, in piena Parigi.

E poi che attaccheranno? Di simboli ne abbiamo a iosa in Occidente.

Un nemico c’è, e probabilmente abbiamo anche le armi per combatterlo, ma una serie di errori potrebbero rivelarsi fatali.

1 – Non è una guerra di religione. Non lo è perché nessuna istituzione internazionalmente riconosciuta l’ha dichiarata. La Jihad è il mito di una fazione dell’Islam, non dell’Islam tout court.

La logica conseguenza è che ipotizzare che la religione sia  IL problema coincide con il gettarsi in  modo masochistico fumo negli occhi e trovare un nemico facile da abbattere, che si tradurrebbe nell’aspirazione stessa del nemico: negare la libertà di pensiero e di credo, dividere.

2 – le generalizzazioni sono comode ma dannose. I nostri processi mentali tendono al risparmio energetico e a idee semplici, che si traducono facilmente in generalizzazioni e pregiudizi. Pensare che la religione musulmana tout court sia il problema, non fa altro che rafforzare il nemico.

Non è nelle moschee occidentali che si predica la Jihad, ma nei sobborghi.
Più si controllano le moschee, più esse diventeranno lo specchietto delle allodole, generando un senso di sicurezza vano e soprattutto inutile, con un danno collaterale maggiore: i giusti, tra i musulmani, vivranno nel controllo, in uno Stato che li teme.

Questa facile posizione de i musulmani sono il nemico, perché il terrorismo nasce in seno a Maometto, coincide col dire assurdità come i comunisti sono terroristi, perché sono esistite le BR , il credo fascista implica necessariamente la violenza o ancora prete uguale pedofilo. Sono sciocchezze che crea una mente povera, che si è già arresa. La realtà è molto più complessa.

E credenze simili fanno il gioco del terrorista, che vuole essere legittimato come guerriero musulmano, come unico vero musulmano, laddove il resto dell’Islam è diventata la puttana dell’occidente. No. La realtà è esattamente speculare.  Egli è un rifiuto dell’Islam, la puttana della violenza dittatoriale,  come esistono  rifiuti della destra, rifiuti della sinistra,  e persino del cattolicesimo.

3 – Non è una guerra. La guerra implica un nemico dichiarato e perciò visibile. È qualcosa di peggio, è terrorismo. Può colpire in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, in modo inaspettato, in modo folle e geniale al contempo.

Ipotizzare bombardamenti, guerre e nuovi Iraq e Afghanistan è facile demagogia, purtroppo occorre molto di più di una bomba o di un’arma.

A complicare le cose,  il fatto che spesso non sono gruppi nutriti, più facili da individuare e paralizzare  Ricordate i pro – nazismo che qualche mese fa organizzavano stragi e omicidi? Più si è, più aumenta la soglia di errore e la possibilità di anticipare una strage. A Parigi hanno colpito in due. Meno si è, meno è facile essere scoperti.

4 – Il nostro limite più grande è rifiutare di conoscerli, perché loro conoscono noi. L’Europa immagina i capi Jihadisti (o di Al Queda o dell’Isis) come beduini fomentati, arretrati, che vivono nelle loro tende e a mala pena conoscevano la carta igienica. Non lo sono, hanno una conoscenza eccezionale, molti di loro sono cresciuti in Occidente, conoscono la nostra cultura e i suoi limiti.

La logica conseguenza è che più ci rifugeremo in facili generalizzazioni, più aumenteremo il gap tra la nostra ignoranza su di loro e la loro conoscenza di noi.

5 – Loro hanno un credo, noi abbiamo solo i soldi. Ricordate come iniziò il discorso del defunto nemico numero uno Bin Laden agli iracheni? Voi combattete per un credo, siete martiri. Loro per soldi.

Un credo è la moneta più forte per azioni deleterie. Occorre pertanto trovare un nostro credo. Un senso di comunità, di appartenenza e di integrazione.

Il nemico ha fatto un errore fatale a Parigi. O quantomeno ha prodotto un effetto collaterale che potrebbe essere la loro rovina. Ha trasformato  (credo nella verità, quindi mi si perdonerà della schiettezza) degli uomini che con la satira producevano l’offesa facile verso chiunque, nessuno escluso, in martiri, o comunque in simboli.

Tutti scrivono oggi #JesuisCharlie, Io sono Charlie. Anche chi si è sentito offeso dalle stesse vignette. Ci hanno unito. Nelle ore successive all’attentato le piazze europee si sono riempite. Non è stata colpita la Francia, ma l’Europa. Non eravamo tutti francesi, ma europei.

Ora tornerà la tranquillità, fino al prossimo attacco. È questo silenzio illusorio che non deve farci diventare sordi. Occorre rinforzare il senso di appartenenza a qualcosa di più grande, che non è un numero di stati uniti da una fragile moneta. L’Europa non sarà mai Europa, finché non diventerà più della somma dei suoi singoli stati. Va bene ogni discussione sull’Europa, pur che sia, nel suo intimo, pro-Europa.

Qualcosa del tipo: sono incazzato con l’euro perché credo in qualcosa di più forte dello status quo. Voglio discutere di euro perché mi sento europeo.

6 – Espellere e non integrare è la linfa del terrorismo. Non è demagogia, è realtà. È l’effetto dello Ius Sanguinis. Se cresco con l’unico status di immigrato di seconda generazione, in un Paese che non mi considera membro dello stesso, lontano dalla mia cultura di origine, sarà più facile essere intercettato da qualcuno che mi propone un ideale e un appartenenza.

L’uomo ha nel DNA il senso di appartenenza. Nelle culture preistoriche la pena più grande era l’esclusione, perché la solitudine coincideva con la morte. La paura di essere esclusi è una paura atavica, e la ricerca di appartenenza è un movimento atavico.

Ogni membro che cresce in una cultura che non può riconoscere come sua è un potenziale acquisto dei terroristi, che gli doneranno in primis ciò che noi gli rifiutiamo: l’appartenenza. E sarà un nemico due volte più pericoloso, conoscerà la cultura che noi ignoriamo e conoscerà la nostra, perché vi è cresciuto.

Diamo cittadinanza agli immigrati di seconda generazione per diritto di appartenenza, creiamo integrazione e interculturalità e avremo chiuso i rubinetti al terrorismo.

Fatevi una domanda: perché dovrei sollevare un Kalashmikof contro chi mi considera appartenente alla sua cultura, ricchezza nella differenza? Magari sarò con in piazza a difendere i miei diritti,  ma perché mi sento parte di un’Europa che può fare molto di più.

A ben vedere è una guerra che si combatte solo con la cultura e con l’apertura mentale e in cui il principale nemico è proprio la generalizzazione.

Il primo da far ragionare è il nostro vicino che invoca chiusure e discriminazione, perché rischia di diventare potenziale sostenitore involontario del terrorismo, energia di cui lo stesso terrorismo si nutre.

La patria europea che vuole capire è quella che legge il corano (e non gli scritti on line sul corano) per trovare le contraddizioni di chi lo usa contro di noi. Quella che fa girare le rotelle della mente per sfuggire a generalizzazioni che sono la polvere da sparo per futuri attentati. Quella che non priva di appartenenza, ma aggiunge appartenenza. Quella che spiega l’Islam con i giusti distinguo in scuole e centri di aggregazione.  Quella che ha e promuove un’idea di uomo che premia la ricchezza della differenza.

Siamo lontani dalla vittoria?

Se no, è un dato positivo.

Se sì, è ugualmente positivo, perché riconoscerlo è il primo passo per camminare.

Scritto da Giovanni Garufi Bozza

Giovanni Garufi Bozza

Sono uno psicologo, anche se nel tempo libero mi diletto a scrivere e questo fa di me, casualmente, uno scrittore.
Ho pubblicato due romanzi, Selvaggia, i Chiaroscuri di Personalità e Alina, autobiografia di una schiava. Amo la politica come scienza architettonica finalizzata alla costruzione e alla promozione del bene comune