•  
  •  
  • Home
  • /Articoli
  • /I 5 consigli a chi è degli anni 80 per avvicinarsi alla politica
I 5 consigli a chi è degli anni 80 per avvicinarsi alla politica

I 5 consigli a chi è degli anni 80 per avvicinarsi alla politica

Stiamo assistendo ad uno dei più grandi processi di svecchiamento della classe dirigente italiana da decenni. Si avvicinano a posizioni di grande responsabilità sempre più trentenni, successori della lunga (e infausta) stagione dei “baby boomers”. Non c’è mai stato momento migliore per i “millennials”, la generazione nata tra gli anni Ottanta e il 2000, di mettersi in gioco, di fare la propria parte per il bene della Patria. Da dove devono partire i millennials per superare definitivamente alcune remore, molte resistenze e troppi luoghi comuni che finora li hanno bloccati? Mi vengono in mente 5 consigli personali e spassionati, un punto di partenza che spero possa essere utile a chi vorrebbe avvicinarsi alla politica, o a chi crede di averlo fatto già.

1 . Basta sensi di colpa. Se siete degli anni 80, probabilmente state più attaccati allo smartphone che in una piazza. Sappiate che non c’è niente di male. Se vi dicono che internet e la tv vi stanno instupidendo, non credeteci, è una balla. Gli studi minimamente seri dicono l’esatto contrario: la nostra generazione è mediamente più intelligente di quelle precedenti. Le nostre capacità cognitive stanno crescendo, lo sviluppo dei media digitali consente un processo di autoformazione infinitamente più ricco del passato, differente rispetto a quello faccia a faccia, ma non per questo inferiore, anzi. Se pensate che in piazza potete conoscere gente nuova, ma il più delle volte meno interessante di un editoriale del Washington Post che potreste leggere in Rete, non avete proprio torto. Se pensate che uno che vi dice “qui una volta era tutta campagna” sia meno stimolante e formativo di un video d’epoca su YouTube, non saprei come farvene una colpa: la formazione del sé, ci spiegano i sociologi, passa oggi per percorsi potenziali incredibili, e non è un male. La nostra vita, il nostro tempo, vedono la compresenza di esperienze mediate e pratiche quotidiane: se i settantenni di oggi avessero avuto le stesse possibilità, avrebbero fatto come noi.

2. Il mondo non è tutto intorno a voi. Ok, la pubblicità dice il contrario, ma questa è la dura realtà. La democrazia si fonda sul fatto che altri non la pensino come voi, e non dovete per questo rifiutarli. I social network ci fanno concentrare molto sulla nostra individualità, ma un vostro “Mi Piace” non determinerà la vita del mondo. Abbiamo infinite possibilità in più di rendere migliori le cose che ci circondano rispetto al passato, ma occorre farsi una ragione che questo non vuol dire poter far tutto: se ci sono pesci a rischio estinzione in Sud America per la costruzione di una diga, non li salveremo creando un blog, i profughi di un paese non torneranno a casa se facciamo una pagina Facebook. Ma consoliamoci: probabilmente non lo averebbero fatto neanche se fossimo ricorsi ad altre forme di impegno. Con le decine di situazioni che possiamo contribuire a risolvere nel nostro piccolo, non possiamo dannarci troppo l’anima se ogni tanto non riusciamo in qualcosa. Il nostro rapporto con i media ci fornisce, nel percorso di autoformazione, una disponibilità di strumenti simbolici e una potenzialità di accesso alla discussione inimmaginabile, ma la produzione di molte di quelle forme simboliche con cui solidarizziamo avviene nostro malgrado, in sistemi complessi, lunghi, incontrollabili singolarmente. Ci piaccia o no, le decisioni, gli eventi, tutto avviene attraverso riflessioni, interazioni, tendenze, usanze, frutti del caso che non potremo mai totalmente controllare. Qualcuno vi dirà che con la Rete si può controllare e decidere tutto, ma vi sta raccontando un’altra balla.

3. Sì, Amedeo Nazzari è morto. Ricordate Corrado Guzzanti travestito da Veltroni che dice ai compagni della mozione Nazzari che l’attore non può fare il leader della sinistra perché è morto (se no, cercatelo, ne vale la pena)? Amedeo Nazzari è morto davvero, quindi piantatela di guardare al passato. Ok, non avete visto le grandi ideologie dal vivo. Ma chi vi ha preceduto non ha visto neanche Platone, dal vivo, e non mi pare abbia fatto tutte queste storie. E poi, che quelle ideologie fossero “grandi”, lo dice chi ci credeva, ma forse non era vero. Quando pensate al liceo ricordate più volentieri la ricreazione o l’interrogazione di matematica? Ecco, sappiate che chi vi racconta del passato vi riporta quasi sempre la ricreazione, quasi mai l’interrogazione di matematica. Il PD non è il PCI, ma, se può consolarvi, neanche il PCI era il PCI (almeno come lo immaginate voi). Non siete per niente speciali, dopotutto: da millenni gli uomini biascicano di un’età dell’oro ormai passata, ma nessuno l’ha mai vista in faccia, quell’età, neanche Amedeo Nazzari.

4. No, l’informazione non ci salverà. È ora di dirci una cosa: non si “informa per resistere”. In questo mondo, dal XV secolo ad oggi, si informa per guadagnare e far guadagnare. Le stamperie sono sorte lungo le rotte commerciali, e la storia dei media ci insegna che hanno chiuso più pubblicazioni “per ordine” del mercato, che per ordine della Chiesa o degli Stati. A parte una breve parentesi recente, per limitare la stampa i governi facevano ricorso più alle tasse che alla censura. La stampa è fatta per portare avanti punti di vista, selezioni di fatti, resoconti parziali. Se qualcuno vi dice che un giornale riporta “la Verità” vi prende in giro. Vi racconta una balla anche chi vi ripete “se gli italiani sapessero…”. La struttura semantica della comunicazione risente del contesto del ricevente, del suo vissuto, delle sue credenze. Provate a leggere la notizia di una rapina in una banca che non avete mai visto, riportata su un sito che si chiama “notiziefalse.biz”, e ditemi se vi provoca la stessa reazione emotiva del leggere della stessa rapina, ma in una banca in cui siete correntisti e siete passati dieci minuti prima che entrassero i rapinatori, riportata sul sito “notizievere.it”, e poi provate a capire perché l’ultimo link che avete condiviso su Facebook non ha provocato nei vostri amici l’ondata di indignazione che vi aspettavate.

5. Risparmiatevi le “grandi lotte sociali”. Siate pronti alle critiche perché non fate grandi “lotte sociali”, come fosse una sconfitta dopo millenni di storia. Le grandi lotte sociali (e “grandi” sono sempre perché ci raccontano le vittorie, mai le clamorose sconfitte o i danni che hanno talvolta portato), però, sono state una caratteristica di un piccolo passaggio della storia umana, e non sta scritto da nessuna parte che siano state la migliore pratica di conquista di protagonismo politico che si possa avere. Chi le considera l’unica forma di conquista di spazi ha una visione passata, sequenziale della vita: la nostra società in rete, però, non è più sequenziale (l’individuo A nasce, cresce, trova un lavoro per tutta la vita, si sposa, invecchia, muore) ma funziona per pattern, grandi schemi e network interattivi. Le lotte sociali ci sono ancora, ma non si traducono necessariamente in grandi manifestazioni, e non c’è assolutamente niente di male in questo. Grazie alla nostra interconnessione costante, abbiamo tutte le potenzialità per fare grandi battaglie, che nulla hanno da invidiare a quelle del passato, ma trovando modi, tempi e spazi che diano sfogo a questa potenzialità che non coincidono con quelli delle lotte sociali del passato. Anzi, così come Marilyn Monroe aveva curve in posti dove le altre donne non hanno nemmeno i posti, noi ci disinteressiamo di temi dove i nostri padri non avevano nemmeno i temi. Diciamoci chiaramente che creare un’app può essere molto più utile di fare una manifestazione, ideare un hashtag non vale meno di un sit in, indossare una t-shirt non è peggio che andare ad un’assemblea studentesca. Gli effetti possono essere gli stessi.

E se pensate che abbia colpito un po’ troppi luoghi comuni, ditemelo pure. Non in piazza, nello spazio qua sotto. Buon lavoro davvero, millennials. La Patria ha bisogno di voi.

Scritto da Claudio Alberti

Claudio Alberti

Consulente di comunicazione, insegna progettazione e comunicazione multimediale a Roma. Ha collaborato con la cattedra di Storia della radio e della televisione dell’Università Roma 3.